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Editoria, Radio e Tv: clamoroso sequestro dei giornali e delle emittenti del Gruppo Ciancio di Catania, per un valore complessivo di 150 milioni. Fine di un impero?

Ciancio

Ha fatto clamore – e non poteva essere altrimenti – il decreto di sequestro e confisca emesso dal Tribunale di Catania, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, per quel che riguarda una serie di beni dell’editore e direttore del quotidiano ‘La Sicilia’, Mario Ciancio Sanfilippo. Il valore dei beni, comunque in corso di quantificazione, è di almeno 150 milioni.
Il decreto di sequestro e contestuale confisca coinvolge conti correnti, polizze assicurative, 31 società, quote di partecipazione in altre sette società e beni immobili ma soprattutto riguarda l’intero gruppo editoriale che fa capo a Ciancio. Sono quindi coinvolti il quotidiano ‘La Sicilia’ di Catania, la maggioranza delle quote della ‘Gazzetta del Mezzogiorno’ di Bari e due emittenti televisive regionali di prima grandezza, la leader regionale Antenna Sicilia e Telecolor, a sua volta molto seguita in Sicilia. Di qui il clamore per questa svolta radicale nella vicenda giudiziaria che da anni coinvolge Mario Ciancio, che è altresì sotto accusa per concorso esterno in associazione mafiosa.

Bisogna naturalmente precisare subito che il Tribunale non ha chiuso nulla ma, come è facilmente comprensibile, ha invece nominato dei commissari giudiziari chiamati a garantire la prosecuzione dell’attività del gruppo editoriale, che in caso contrario avrebbe rischiato la sua stessa sopravvivenza. Ciononostante nel gruppo catanese (e anche a Bari) c’è ovviamente preoccupazione e ci si interroga su quale sarà a questo punto l’avvenire dei quotidiani e delle Televisioni, che tanto importanti sono state in Sicilia e nel Sud Italia in genere (Ciancio è invece uscito da qualche tempo dal settore radiofonico, dove era entrato in una fase successiva rispetto alla Tv con la regionale Radio Sis).
Antenna Sicilia, come abbiamo scritto nei mesi scorsi, stava cominciando a uscire da poco da una situazione molto difficile e anche Telecolor aveva seguito negli anni la sua stessa strada; entrambe però erano riuscite a non perdere più di tanto ascolti.

Al di là della discussa personalità del loro editore, comunque, Antenna Sicilia e Telecolor rappresentano importantissimi pezzi di storia della Televisione locale italiana e naturalmente sono anche aziende di primaria importanza.
Addolorato ma, almeno ufficialmente ancora fiducioso, il commento di Ciancio alla vicenda: «Nell’ambito del procedimento di prevenzione a mio carico, ritenevo di avere dimostrato, attraverso i miei tecnici e i miei avvocati, che non ho mai avuto alcun tipo di rapporto con ambienti mafiosi e che il mio patrimonio è frutto soltanto del lavoro di chi mi ha preceduto e di chi ha collaborato con me. Ritengo che le motivazioni addotte dal Tribunale siano facilmente superabili da argomenti importanti di segno diametralmente opposto, di cui il collegio non ha tenuto conto. I miei avvocati sono comunque già al lavoro per predisporre l’impugnazione in Corte di Appello».

Il sequestro del Tribunale è un procedimento che si sviluppa parallelamente al processo penale: Ciancio, infatti, come dicevamo, è attualmente imputato per concorso esterno a Cosa Nostra.
‘Il Fatto Quotidiano’ ha riepilogato così la lunga e tormentata storia giudiziaria dell’imprenditore, rinviato a giudizio nel 2017 dopo un lunghissimo iter giudiziario: “La Procura di Catania aveva aperto l’indagine a carico di Ciancio nel 2007, ma nel 2012 ne aveva chiesto l’archiviazione. Richiesta bocciata dal gup Luigi Barone, che aveva disposto la trasmissione degli atti ai pm. Gli inquirenti avevano a quel punto chiesto il rinvio a giudizio dell’editore,  raccogliendo il pollice verso da parte del gup Bernabò Distefano nel dicembre del 2015. Una decisione che aveva sollevato parecchie polemiche con il presidente dell’ufficio gip di Catania, Nunzio Salpietro… 

Un giudizio completamente ribaltato dalla Suprema Corte, che ha accolto l’appello della Procura contro il proscioglimento di Ciancio… È per questo motivo che dodici mesi fa un nuovo gup – il terzo a occuparsi della vicenda Ciancio in dieci anni di indagini – ha ordinato il processo per l’editore catanese, ormai 86enne”.
C’è infine da dire che la vicenda, nell’ambito più strettamente televisivo della Sicilia, ha un precedente ed è quello di un’altra importante emittente, Trm di Palermo. Come abbiamo scritto su questo periodico qualche mese fa, la Tv fra 2014 e 2015 è stata coinvolta in una clamorosa vicenda legata alle attività imprenditoriali della famiglia Rappa (fra cui c’erano appunto la stessa Trm e il suo gruppo). La Dia all’epoca sequestrò beni per circa 600 milioni di euro, riconducibili agli eredi di Vincenzo Rappa, imprenditore palermitano morto nel 2009, il quale, secondo le accuse, avrebbe «intrattenuto rapporti con noti esponenti di Cosa Nostra». Fra le attività sotto sequestro c’erano anche, per l’appunto, Trm e la concessionaria Pubblimed. Quest’altra clamorosa vicenda è sfociata nella decisione di sottoporre Trm ad una amministrazione giudiziaria, che continua già da qualche anno, anche con alcuni successi economici e nei contenuti informativi dell’emittente. (M.R. per NL)