La forte riduzione dei contributi ex DPR 146/2017 per il triennio 2026-2027-2028 è stata scongiurata in extremis.
La cancellazione dei tagli lineari da 20 milioni di euro annui ha evitato un colpo che sarebbe stato difficilmente assorbibile da un sistema già fortemente provato dal crollo strutturale della raccolta pubblicitaria e dall’assenza di fonti di ricavo alternative.
Tuttavia, leggere questo risultato come una messa in sicurezza definitiva del settore rischia di essere l’ennesima pericolosa illusione.
Sintesi
Il drastico taglio dei contributi ex DPR 146/2017 per il triennio 2026-2028 è stato evitato solo all’ultimo momento, scongiurando un colpo potenzialmente fatale per il sistema radiotelevisivo locale.
Tuttavia, la provvista resta in progressiva riduzione, confermando una tendenza ormai strutturale e difficilmente reversibile.
I contributi pubblici non sono più considerati una componente stabile, ma una voce di bilancio sempre più negoziabile e soggetta alle contingenze politiche e finanziarie.
È quindi realistico attendersi un nuovo tentativo di riduzione già con la Legge di Bilancio 2027.
Continuare a considerarli un diritto acquisito appare insostenibile, soprattutto perché per molte emittenti sono diventati la principale fonte di equilibrio economico.
Senza contributi, solo circa il 25% delle emittenti locali riuscirebbe a sopravvivere.
Questo dato fotografa un sistema fragile, ancorato a modelli superati.
Le alternative esistono, ma richiedono scelte difficili: ridimensionamenti, aggregazioni e vera integrazione digitale.
Il triennio 2026-2028 rappresenta probabilmente l’ultima finestra per avviare una transizione inevitabile.
Il tempo della difesa dello status quo è finito: ora servono decisioni strutturali.
Tendenza riduzione contributi ex DPR 146/2017 (più che) evidente
La verità è che la tendenza alla riduzione dei contributi pubblici è ormai chiara, costante e difficilmente reversibile. Il fatto stesso che la provvista sia stata salvata solo a valle di un intervento correttivo e che rimanga comunque in progressiva contrazione rispetto ai livelli storici, rappresenta un segnale inequivocabile.
Voce di bilancio pubblico sempre più negoziabile
Il messaggio che arriva dalle istituzioni è evidente: i contributi pubblici non sono più considerati una componente strutturale e intangibile del sistema radiotelevisivo locale, ma una voce sempre più negoziabile, esposta alle contingenze della finanza pubblica e alle priorità politiche del momento.
Riduzione contributi: ci riproveranno a dicembre 2026
In questo quadro, è realistico ipotizzare che alla prima occasione utile – e la Legge di Bilancio 2027 scommettiamo lo sarà – il tema dei tagli torni nuovamente sul tavolo.
Combinazione di fattori
Non per una scelta punitiva nei confronti del comparto, ma per una combinazione di fattori che non possono essere ignorati: la pressione sui conti pubblici, la competizione con altri settori ritenuti (più) strategici, la percezione diffusa che il sistema locale sia eccessivamente dipendente dal sostegno statale e poco orientato all’autonomia economica.
Strumento transitorio, non diritto acquisito
Di fronte a questo scenario, continuare a considerare i contributi come un diritto acquisito, anziché come uno strumento transitorio di accompagnamento, appare sempre meno sostenibile. Anzi, molte emittenti hanno sciaguratamente ribaltato la prospettiva: le provviste di sostegno sono l’elemento strutturale e la raccolta pubblicitaria quella eventuale.
Farsene una ragione
Occorre farsene una ragione, anche se scomoda: il tema non è più se i contributi verranno ridotti, ma quando e con quale intensità. E, soprattutto, se il settore sarà pronto o meno ad affrontare quel passaggio.
Quante emittenti locali sopravvivrebbero oggi senza contributi pubblici?
Da qui discende una domanda cruciale, che raramente viene posta in modo esplicito, ma che dovrebbe essere al centro di ogni riflessione seria sul futuro dell’emittenza locale: quante radio e quante televisioni locali sopravviverebbero realmente senza i contributi pubblici?
25%
Guardando ai bilanci, ai margini operativi, alla dinamica della raccolta pubblicitaria e alla struttura dei costi – in particolare per le tv – la risposta non può che essere problematica. Nella migliore delle ipotesi, una quota intorno al 25% del sistema riuscirebbe a reggersi esclusivamente sul mercato. Il resto, così come oggi configurato, entrerebbe rapidamente in una crisi irreversibile.
Indicatore strutturale
Questo dato, per quanto duro, non va interpretato come una condanna morale o come un giudizio di valore sulle singole imprese. È piuttosto un indicatore strutturale, che fotografa un sistema costruito in un’altra epoca, su presupposti economici e pubblicitari che non esistono più.
Modelli analogici
Molte emittenti locali – soprattutto televisive – operano ancora secondo modelli pensati per un mercato analogico, territoriale, con bacini pubblicitari stabili e con una funzione di presidio informativo che oggi viene svolta anche, e spesso soprattutto, da altri attori digitali.
Che ruolo hanno assunto i contributi
Il problema, quindi, non è la possibile riduzione dei contributi in sé, ma il ruolo che questi hanno assunto nel tempo. Da strumento di integrazione e riequilibrio, i contributi sono diventati per molti operatori una componente essenziale, se non prevalente, del conto economico.
Funzione sostitutiva e non sussidiaria
In questo modo hanno finito per svolgere una funzione sostitutiva rispetto al mercato, riducendo gli incentivi a innovare, a ridimensionarsi o a ripensare radicalmente il proprio posizionamento.
Sistema fragile
È evidente che, in assenza di una strategia di trasformazione, ogni intervento sui contributi viene percepito come un’emergenza esistenziale. Ma questa reazione è il sintomo, non la causa, del problema. Un sistema che può sopravvivere solo grazie a un flusso pubblico garantito è, per definizione, un sistema fragile.
Quali alternative
Le alternative, è bene dirlo con chiarezza, esistono. Ma non sono indolori e soprattutto richiedono decisioni che il settore ha spesso rimandato. Ridimensionamento delle strutture, razionalizzazione dei costi, aggregazioni editoriali e industriali, condivisione di infrastrutture tecnologiche, creazione di poli territoriali di produzione dei contenuti, integrazione reale con il digitale e con le piattaforme on demand locali.
Nulla di nuovo, ma solo di inattuato
Tutte ipotesi discusse da anni, ma raramente tradotte in scelte operative, perché incompatibili con assetti consolidati, equilibri locali o rendite di posizione.
Lettura del triennio 2026-2028
Il triennio 2026-2028 può dunque essere letto in due modi. Come un semplice rinvio del problema, nella speranza che il quadro politico ed economico cambi e che la provvista pubblica venga nuovamente stabilizzata.
Finestra temporale
Oppure come una finestra temporale – probabilmente l’ultima (semmai, come detto, ci si arriverà, cosa di cui noi dubitiamo, scommettendo su una riproposizione del taglio già in questa annualità) – per accompagnare una transizione che non sarà né semplice né indolore, ma che appare ormai inevitabile.
Interrogarsi su sostenibilità comparto
Se il sistema radiotelevisivo locale continuerà a difendere lo status quo senza interrogarsi sulla propria sostenibilità, il rischio è quello di arrivare impreparati al prossimo passaggio, quando la riduzione dei contributi non sarà più graduale ma strutturale. A quel punto, il mercato non offrirà alibi e la selezione sarà brutale.
Il tempo delle tele
La vera scommessa, oggi, non è quindi difendere all’infinito una provvista in progressiva riduzione, ma decidere se il comparto vuole tentare di diventare autonomo, resiliente e compatibile con il nuovo ecosistema dei media. Anche a costo di ridursi, di aggregarsi o di cambiare profondamente pelle. Perché il tempo della sola difesa delle televisioni e radio locali è finito e quello delle scelte – finalmente – è arrivato. (M.L. per NL)











































