Giustizia. Il problema dei rapporti di parentela tra giudici e avvocati

Il CSM indaga e indice audizioni a Palermo. Pur non potendo parlare di un vero e proprio caso di “Parentopoli” le coincidenze non finiscono mai di stupire e di certo non contribuiscono a far cessare annose polemiche.

Alcuni fra giudici (vincitori di regolare concorso) e avvocati del distretto di Palermo risultano parenti, il che ha destato qualche perplessità da parte dell’organo di autogoverno della magistratura che ha deciso di mettere sotto osservazione 23 persone. Al momento, come informa il Corriere della Sera di oggi, è stata disposta l’audizione del Presidente dell’ordine degli avvocati e del Presidente del Tribunale di Palermo, in attesa di disporre eventuali trasferimenti presso altre sedi o altri uffici. In materia di incompatibilità per parentela, l’ordinamento giudiziario (R.D. 12/1941) è molto chiaro. Stabiliscono, infatti, gli artt. 18 e 19 che “i magistrati giudicanti e requirenti delle corti di appello e dei tribunali, non possono appartenere ad uffici giudiziari nelle sedi nelle quali i loro parenti fino al secondo grado, o gli affini in primo grado, sono iscritti negli albi professionali di avvocato o di procuratore, né, comunque, ad uffici giudiziari avanti i quali i loro parenti od affini nei gradi indicati esercitano abitualmente la professione di avvocato o di procuratore” e che “i magistrati che hanno tra loro vincoli di parentela o di affinità fino al terzo grado non possono far parte della stessa corte o dello stesso tribunale o dello stesso ufficio giudiziario. Questa disposizione non si applica quando, a giudizio del Ministro di grazia e giustizia, per il numero dei componenti il collegio o l’ufficio giudiziario, sia da escludere qualsiasi intralcio al regolare andamento del servizio. Tuttavia non possono far parte come giudici dello stesso collegio giudicante nelle corti e nei tribunali i parenti e gli affini sino al quarto grado incluso”. (M.P. per NL)
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