Radio libere: Finardi ricorda il fenomeno delle emittenti indipendenti, di cui fu portavoce negli anni ’70

"Amo la radio perchè arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente e se una radio è libera, ma libera veramente, mi piace ancor di più perchè libera la mente".

Il cantautore Eugenio Finardi ha ricordato in varie interviste sul web la nascita delle radio libere e l’incidenza che hanno avuto sulle sue canzoni: "La radio", scritta nel 1975 con Lucio Fabbri per Radio Milano Centrale, dove lo stesso cantante milanese collaborava con un suo programma e "Musica ribelle" del 1976, per sottolineare quel cambiamento che la musica italiana visse proprio in quegli anni. Gli anni delle rivolte giovanili, delle rivoluzioni, dei contrasti generazionali. Motivi che furono capaci di penetrare nella mente dei ragazzi e di far scaturire pensieri e riflessioni e che, tra l’altro, diedero conto di uno dei fenomeni più interessanti di quegli anni: l’esplosione del fenomeno delle radio libere. Finardi, che in precedenza già aveva bazzicato a Boston le radio locali statunoitensi per poi partecipare al nostrano "Per voi giovani", riuscì ad esprimere nei versi de "La radio" tutto l’entusiasmo per un mezzo il cui uso alternativo pareva aprire prospettive impensabili e rivoluzionarie. Oggi ogni cosa è diversa, ma l’ascolto del pezzo trasmette ancora qualcosa della contagiosa energia che ne costituì la scaturigine. Il noto cantante milanese si è così espresso: "Devo dire che le canzoni "La radio" e "Musica ribelle" alla radio le sento poco. Io sono sfortunato e raramente mi sento in radio o ho l’avventura di accenderla in quel momento. In realtà sono due antiche compagne di viaggio, oramai sono come dei figli grandi, non so come dire, non mi ricordo com’era prima di avere "Musica ribelle". Amavo la musica già prima di nascere. Sono stato assalito dalla musica quand’ero nell’utero di madre, un soprano che non ha mai smesso di intonare arie. La musica è componente innata della mia vita, quasi una condanna. La canzone "La radio", inno delle radio libere italiane è nata andando a fare la trasmissione che tenevo tutte le notti a Radio Milano Centrale, che era la prima radio libera in Italia, la seconda in assoluto dopo Radio Milano International. Io facevo il programma della notte. Avevo come sigla un brano dei Tenores del coro di Orgosolo che si chiamava Barones sa Tirannia, una canzone rivoluzionaria in sardo, e Mario Luzzatto Fegiz, che era direttore di questa radio, si chiedeva se ci poteva essere magari un qualcosa di un po’ più italiano. Allora io, un po’ per ripicca, andando a fare la trasmissione ho scritto in venti minuti questa canzone. Le radio libere italiane per la controcultura degli anni Settanta hanno significato tantissimo. Hanno per la prima volta dato in mano alla gente la comunicazione. La RAI prima era una specie di Nonna Papera che controllava tutto. Il mio primo disco "Non gettate alcun oggetto dal finestrino" del ’75 fu completamente censurato dalla RAI per i suoi contenuti politici. C’era una censura molto forte che permetteva anche un controllo delle menti, e quindi con quella sentenza della Corte di Cassazione che liberava l’etere si liberò anche tutta la voglia di un Paese di dire la sua, dalle dediche alle tirate politiche. Fu un momento di grande liberazione. Bisogna averlo vissuto per capire quanto fosse importante per gli italiani allora il fenomeno delle radio libere per sentirsi normali come gli altri Paesi del mondo. Il film "Radiofreccia" di Luciano Ligabue, come spaccato di quel periodo, mi è sembrato abbastanza fedele nella sua riproduzione di com’era lo spirito di una radio libera, anche se la cosa che rimprovero a Liga è che non ha messo la canzone "La radio", che era veramente l’inno di tutte le radio libere di allora, ma lui ha scelto di mettere solo artisti stranieri. Le radio universitarie di oggi sono come le radio libere di allora. La differenza è che sono sempre all’interno di un istituzione, mentre noi eravamo liberi del tutto. Diverse di queste sono spesso costrette a chiudere per mancanza di fondi. È un dramma della comunicazione libera. I soldi vengono dati a chi fa comunicazione pilotata, non a chi è libero veramente. È un dramma della nostra società in generale. Io ho imparato a fare radio proprio in una radio universitaria negli Stati Uniti. Nella Università di Tufts c’era una radio molto bella dove ho ottenuto la mia prima trasmissione radiofonica. Io credo che anche con la mancanza di fondi le radio universitarie debbano vivere, come i giornali universitari e le attività teatrali: la radio è cultura, e oltretutto il mezzo radiofonico fatto in maniera indipendente può diventare addirittura una forma artistica”. (R.R. per NL)
 
 
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