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Radio. Può una ricerca sulla pirateria essere utile alla radio del domani?

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Cosa c’entra la ricerca sulla pirateria commissionata nel 2014 dalla Commissione europea e tenuta nascosta per altro con la Radio 4.0 o comunque con la Radio di domani?
Sì, a prima vista si direbbe nulla ma a ben vedere, una ricerca come quella, così come altre ci racconta molto di quello che mettono in evidenza i numeri sul presunto impatto nei conti dei produttori dell’intrattenimento; va molto oltre perché rivela come il mondo dei media può cambiare, indicando gusti e tendenze delle persone.
Racconta insomma, in che modo il ricambio generazionale sulle leve del comando agisce e cambia “la domanda”.
Certo, serve un approccio alternativo per affrontare una questione del genere, bisogna mettere da parte il solito “pensiero lineare” ed entrare in una dimensione più… laterale, adottare quelle “soluzioni punk per sopravvivere” che da tempo sono diventate il faro da seguire per giovani imprenditori e startup.antenne FM San Luca Bologna 225x300 - Radio. Può una ricerca sulla pirateria essere utile alla radio del domani?
Solo in questo modo si può vedere oltre numeri e percentuali. L’antefatto del nostro racconto si consuma nel 2013 con una gara indetta dalla Commissione europea volta alla realizzazione di uno studio sull’impatto economico della pirateria sui contenuti protetti di musica, film, giochi e libri. La gara viene vinta da una società di consulenza olandese, la Ecorys che si mette subito al lavoro su un campione rappresentativo di 30.000  persone di 6 Stati dell’Unione (Germania, Francia, Polonia, Spagna, Svezia e Regno Unito) e produce l’Estimating displacement rates of copyrighted content in the EU, consegnato nel 2015 alla Commissione, non verrà mai  reso pubblico; è la parlamentare europea Julia Reda a svelare il mistero,e portando a galla le conclusioni dello studio che sono per certi versi, sorprendenti perché confermano i risultati di molte altre ricerche in tal senso. Sorprendenti per la segretezza posta dalla Commissione. Utilizzando le stesse parole della parlamentare europea, la ricerca ad esclusione di Blockbuster di recente pubblicazione non rivela “prove a supporto dell’idea che le violazioni del copyright che avvengono online rimpiazzino le vendite.
Naturalmente di tutt’altra opinione sono i produttori, le grandi major che in quei numeri vedono la distruzione dei loro diritti e conseguentemente dei loro affari tanto da fare pressioni verso i legislatori per leggi sempre più restrittive, ottenendole va detto.
Cos’è allora la pirateria e chi ha ragione tra queste due visioni apparentemente opposte, sempre che la verità non sia da ricercare altrove?

Hanno ragione entrambi, perché se da un lato la pirateria è un vero e proprio furto, un danno enorme all’industria con ricadute anche occupazionali importanti, dall’altro è la migliore opportunità per migliorare a creare nuovi mercati, nuove soluzioni  e innovazioni più in sintonia con il proprio tempo. È ovvio che in questo, bisogna saper distinguere tra pirati buoni e pirati cattivi, a seconda di come si affronta la questione. Noi qui la vogliamo analizzare come opportunità, come in quelle ricerche che la indicano come il giusto carburante alle idee che in molti casi, come detto e come la storia ci dimostra, creano nuovi mercati a tutto vantaggio dell’industria dei contenuti stessa. copyright 300x169 - Radio. Può una ricerca sulla pirateria essere utile alla radio del domani?
Partiamo allora da un presupposto che storicamente non è contestabile: tutto il mondo moderno è nato da atti di pirateria; non solo quelli del leggendario Edward Teach meglio conosciuto come Barbanera ma anche e soprattutto, attraverso forzature o interpretazioni di buchi normativi – via via colmati – nel mondo del copyright. Non stiamo poi a ricordare come sono nate le moderne radio libere o private, perché non è affatto un caso che fossero denominate radio pirata in senso spregiativo e visto che praticamente tutte, agivano su vecchie navi trasformate in stazioni radiofoniche poco oltre il limite delle acque territoriali per sfuggire alle leggi degli stati e quasi ad imitare uno dei padri delle radio pirata, quel Paddy Roy Bates, cittadino britannico che a causa di problemi legali col Governo inglese per la sua Radio Essex, nel dicembre del 1966 si autoproclamò  Sovrano del Principato di Sealand, occupando una piattaforma militare inglese abbandonata, creata durante la Seconda Guerra Mondiale per scopi di difesa aerea in acque internazionali.
Un’altra famosa nazione pirata – e sembrerà strano dirlo – sono gli Stati Uniti D’America che durante la Rivoluzione Industriale del XIX Secolo, saccheggiò senza ritegno tutta la proprietà intellettuale della Vecchia Europa, ignorando i brevetti globali che la proteggevano. Radio Essex studio - Radio. Può una ricerca sulla pirateria essere utile alla radio del domani?
Doron S. Ben-Atar, storico americano e grande esperto di questioni relative al copyright, nel suo Trade Secret ricorda come “l’applicazione poco rigorosa delle leggi sulla proprietà intellettuale è stata il principale motore del miracolo economico americano”, tanto da ritenere la pirateria non solo utile ma necessaria; gli americani poi erano così famosi per imitare le invenzioni europee senza porsi scrupolo alcuno, che vennero definiti con una parola dello slang olandese – janke – che oggi pronunciamo come yankee e che altro non vuole dire che pirata. Lo stesso Thomas Alva Edison quando inventò il fonografo, fu accusato di essere un pirata dai musicisti convinti volesse rubare loro la musica ma ancor più, quando inventò la cinematografia con la Edison Trust e su cui pose uno dei suoi migliaia di brevetti. Per sfuggire al pagamento dei diritti, un certo numero di imprenditori della cinematografia di allora tra i quali un certo William, abbandonò New York per recarsi nel profondo e storicamente selvaggio Far West dove misero in piedi i loro traffici indisturbati fino a quando quel brevetto non andò a scadenza. Quei pirati non furono mai arrestati ed anzi, esistono ancora perché sono quelli che fondarono Hollywood mentre quel signor William altri non era che William Fox, il padre della Fox Film Corporation.

Sempre negli Stati Uniti, a partire dal 1948, si sviluppò anche una forma primitiva di file-sharing che oggi conosciamo come TV via cavo; per oltre 30 anni i fornitori di quel servizio non pagarono i diritti per la distribuzione di contenuti ai grandi network, fino a che il Congresso non stabilì il principio per cui anche quelle reti dovevano riconoscere il diritto di utilizzo aprendo così la strada ad un accordo tra i due soggetti. Quello che in definitiva è accaduto con le prime radio pirata europee, come Radio Merkur che grazie a investitori statunitensi, diede il via alla rivoluzione radiofonica nel Vecchio Continente; arrivarono poi Radio Veronica e le più famose Radio Caroline e Radio Atlanta, anche se per amor di verità, la prima vera radio commerciale europea e per certi versi pirata, fu Radio Luxembourg.
Il principio di fondo – se così possiamo chiamarlo – che muoveva questi pirati off-shore era in definitiva, la piena libertà di trasmettere quello che volevano o ancor più semplicemente, ciò che l’establishment non mandava in onda perché troppo impegnato ad ascoltare e proteggere solo se stesso; quando la legislazione tarpò le ali alle navi pirata, l’industria discografica comprese l’enorme potenziale di quelle esperienze e molti di quei DJ tra cui John Peel per fare solo un esempio, entrarono a far parte della BBC cominciando così a cambiare il volto legale della radio. Allo stesso tempo però, proprio quando quei vecchi pirati saltavano il fosso, ecco nascere nuove forme di linguaggi, diversi pirati della radio: dal rock’n’roll sulle navi in AM, al rap e all’hip hop dei ghetti urbani in FM e poi ancora, al digitale con le declinazioni al DAB, DAB+, DTT per arrivare fino alla rete, alla Radio IP, prossima frontiera conosciuta entro la quale far viaggiare liberamente musica e informazioni.

Nei giorni scorsi abbiamo provato a capire come la radio dovrà cambiare sotto la spinta delle nuove generazioni, perché non c’è dubbio che la Radio dovrà rivedere molto dei suoi programmi; i Millennials che hanno sempre più in mano le leve del comando e le nuovissime generazioni che le avranno domani, gli iGen stanno cambiando il volto del mondo come è normale che sia.
Chi forse per primo ha capito quali fossero le richieste di queste nuove generazioni è stato Mark Cuban, il fondatore miliardario di HDTV per cui  gli utenti dovrebbero vedere un film “nella maniera che vogliono, quando vogliono e dove vogliono”. Nel 2006, attraverso la sua casa di produzione, aggirando convenzioni e burocrazia, pose in distribuzione contemporaneamente nei Cinema, in DVD e su HDTV, il film Bubble diretto dal premio Oscar, Steven Soderbergh e da lì, negli anni successivi, tutti i film di grande successo erano disponibili in tutti i formati già nel giorno del lancio, contemporaneamente. A ben vedere è la filosofia on demand che muove servizi musicali come Spotify o Deezer così come nel settore televisivo, Netflix e le nascenti Apple TV, Amazon e tutti gli altri grandi media che da semplici piattaforme distributive si stanno trasformando in vere e proprie case di produzione.
E la Radio? Già, come affronta questi cambiamenti, è pronta ad aprire le porte alle nuove idee che possono arrivare dalle giovani generazioni?Kiss FM 300x169 - Radio. Può una ricerca sulla pirateria essere utile alla radio del domani?
Uno dei migliori esempi di scouting radiofonico è costituito da Kiss Fm, radio inglese nata proprio come radio pirata nel 1985 e divenuta così famosa da riuscire ad ottenere – proprio grazie alla sua diffusione e reputazione – dopo solo 5 anni, la licenza trasformandosi in un vero e proprio brand pirata. Oggi Kiss Fm, divenuta poi solo Kiss è di proprietà della Bauer Media Group di Amburgo, ha sviluppato anche il suo canale televisivo Kiss TV ma fino ad almeno il 2005 ha sempre guardato all’underground per attingere a nuove idee e forza, dando la possibilità a molti DJ di emergere portandoli a giocare in prima squadra.
Dall’Italia arriva un esperimento interessante di questo pensiero pirata, ed è costituito da Automat autodefinitasi come “independent online radio station live streaming the best underground music from a Truck parked around the world”. È una sorta di Sound System in versione digitale che fa dei parcheggi le proprie acque internazionali da dove trasmette musica underground trovando per altro, uno sponsor di rilevanza mondiale quale è Emporio Armani.

Sulla rete ci sono milioni e milioni di nuovi consumatori alla ricerca di qualcosa che sappia spegnere la loro sete, persone che pensano al di fuori di schemi preconfezionati e per questo stanno mandando in crisi vecchi modelli di business; la domanda principale che pongono è sempre quella:  “poter accedere ai contenuti nei modi e nei tempi che decidono loro e senza restrizioni” e sul web navigano migliaia e migliaia di potenziali radio pirata, intese come serbatoi  undeground, dentro le quali sviluppare linguaggi più adatti alle richieste delle nuove generazioni. Sono costituite dalle internet radio, le web radio come definite in Italia e a cui l’FM pare non dare alcuna importanza se non per imitarne la struttura con canali musicali tematici su cui apporre il proprio marchio.
Il futuro della Radio passa da lì, dalle internet radio che non appena sapranno superare quella loro eccessiva individualità, retaggio di un passato che non protegge neppure più a livello locale le grandi radio storiche, sapranno trovare forme di aggregazione per affinità di contenuti e di cui loro stesse condivideranno la proprietà. Si costituirà una flotta con una nuova ammiraglia, una Queen Anne’s Revenge in versione digitale che muoverà la nuova rivoluzione della Radio verso il suo nuovo destino. (M.S. per NL)

Foto antenna di Floriano Fornasiero