“A schiena dritta”: proposte per la tutela dei giornalisti minacciati e oggetto di violenze

Si è tenuto nel fine settimana, a Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna, un Workshop, organizzato da Blogos e Politicamente scorretto, sugli ostacoli all’informazione in Italia, cui hanno partecipato, tra gli altri, i rappresentanti dell’osservatorio congiunto Fnsi – Ordine dei giornalisti, “Ossigeno per l’informazione”, per la tutela dei giornalisti minacciati ed oggetto di ricatti, che non possono, per questo, espletare liberamente la propria professione.

Il tema era proprio quello degli ostacoli, delle minacce, delle ritorsioni personali, delle denunce intimidatorie di cui sono oggetto tanti giornalisti e che fungono da monito e a volte da vero e proprio paletto nei confronti della loro libertà di critica e d’espressione. Tra i relatori e gli ospiti presenti alla kermesse, segnaliamo tra gli altri, Don Ciotti, Concita De Gregorio, l’ex procuratore aggiunto di Palermo, Giancarlo Caselli, il direttore dell’osservatorio “Ossigeno per l’informazione”, Alberto Spampinato, e Carlo Lucarelli, che ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Casalecchio di Reno per il suo impegno nella difesa della legalità. “In Italia i giornalisti minacciati, vittime di danneggiamenti e ritorsioni personali,sono tantissimi – ha osservato Spampinato – Il Rapporto 2009 ha contato nel triennio 2006-2008 quarantasei episodi che coinvolgono circa 200 giornalisti, ed è una stima per difetto (confrontare su www.fnsi.it e www.odg.it alla pagina Ossigeno). Ai giornalisti vittime di violenze fisiche si sommano quelli intimiditi con azioni giudiziarie abnormi che spesso si concretizzano in richieste di risarcimento in sede civile per cifre esorbitanti. Al momento, oltre ai casi arcinoti e paradigmatici delle citazioni miliardarie del premier Silvio Berlusconi contro “La Repubblica” e “l’Unità”, ce ne sono pendenti svariate decine nei confronti di giornalisti spesso poco noti e per importi che superano le disponibilità economiche personali e dei loro giornali. C’è uno stillicidio di nuovi episodi di questo genere”. Il punto, secondo Spampinato, starebbe nel quadro giuridico italiano che non riserva la giusta considerazione alla funzione di servizio pubblico operata dai giornalisti e dal loro diritto di cronaca, lasciandoli agire – barcamenandosi – all’interno di un contesto in cui vi sono diversi modi per mettergli i bastoni tra le ruote ed in cui le loro armi di difesa sono equiparate a quelle di un normale cittadino, senza considerare la funzione da essi svolta nella società. Vi sono i già citati metodi intimidatori della violenza, della minaccia, delle richieste di risarcimento milionarie che mettono in ginocchio professionisti ed intere redazioni o gruppi editoriali. Ed in tutto questo manca una possibilità di difesa specifica: Spampinato paragona l’attuale situazione dei giornalisti a quella delle vittime dei reati di mafia antecedenti al 1985, ossia all’introduzione dell’articolo 416 bis del codice penale, sul reato d’associazione mafiosa che, finalmente, liberava le vittime dall’onere morale di dover dimostrare l’esistenza della mafia per veder riconosciuto il vero valori ai reati subiti. Allora, occorrono delle proposte, che gravitino attorno all’introduzione, per legge, di un reato specifico, con pene esemplari e particolari, per gli atti che limitano, ostacolano o pregiudicano il diritto del cronista ad informare. Anzitutto, Spampinato propone due cose: offrire, in prima istanza, un’assistenza legale ai giornalisti colpiti da tali reati. Anche perché il corporativismo della classe giornalistica italiana funziona in altri contesti e sarebbe opportuno farlo funzionare anche in un contesto così delicato ed importante. Seconda cosa, limitare, per legge, le richieste di risarcimento, a volte milionarie (e rese possibile dalla diversa disponibilità economica dei denuncianti rispetto ai denunciati), nei confronti dei giornalisti e delle redazioni. In chiusura d’intervento, infine, Spampinato rispolvera alcune delle proposte già presentate in questo senso ma non ancora attuate, come l’imposizione “di versare un pegno commisurato all’importo del risarcimento richiesto che, in caso di rigetto, andrebbe alla parte avversa”; la già citata limitazione agli importi sui risarcimenti o la subordinazione della condanna in sede civile all’accertamento del reato in sede penale. Insomma, proposte già avanzate ma di cui occorre discutere per fare in modo che questa lacuna venga colmata. Il Workshop di Casalecchio di Reno è stata un’occasione. Ne occorrono altre. (Giuseppe Colucci per NL)
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