“Basta con il governo padrone, così cambierà la tv pubblica”

Quest’anno, sotto l’albero di Natale spelacchiato dalla finanziaria, gli italiani troveranno anche la riforma della Rai


Intervista di Giovanni Valentini tratta da “la Repubblica”
Roma 8 dicembre 2006

Quest’anno, sotto l’albero di Natale spelacchiato dalla finanziaria, gli italiani troveranno anche la riforma della Rai. O meglio, il progetto che il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, intende annunciare nei prossimi giorni per aprire un confronto pubblico prima di presentare ufficialmente la riforma al Consiglio dei ministri. Almeno nelle intenzioni, la tv di Stato sarà più fedele al suo ruolo istituzionale del servizio pubblico, sottratta alla servitù degli ascolti e quindi della pubblicità, ma soprattutto verrà affrancata dalla sudditanza al potere politico: “Il governo – promette Gentiloni – non sarà più il padrone della Rai”.

Ministro Gentiloni, quali sono gli obiettivi fondamentali del suo progetto?

“Gli obiettivi della riforma sono essenzialmente tre: una Rai più diversa e riconoscibile dalla tv commerciale; un servizio pubblico protagonista dell’innovazione tecnologica; un’azienda con un vertice più autonomo dalla politica”.

Le intenzioni sembrano buone. Ma in concreto, cominciando proprio dall’identità della Rai, come si possono realizzare? Non è innanzitutto un problema di risorse, di finanziamento, di distinzione tra canone e pubblicità?

“Esattamente. Il punto di partenza, largamente condiviso, è che l’indice di ascolto non può essere più l’unico parametro su cui misurare la produzione televisiva. Di conseguenza, il secondo è che le risorse della Rai devono essere prevalentemente pubbliche, devono provenire cioè per la maggior parte dal canone d’abbonamento”.

Al momento, siamo più o meno al fifty-fifty, metà canone e metà pubblicità. A quanto deve scendere, secondo lei, la quota della raccolta pubblicitaria?

“Su questo tema, la discussione è aperta. Certo è che tutte le televisioni pubbliche europee hanno un finanziamento misto, tranne i canali generalisti della Bbc, ma in nessun caso la pubblicità è determinante. In Germania e in Francia, per esempio, la raccolta pubblicitaria delle reti pubbliche arriva rispettivamente al 10 e al 15%. È chiaro perciò che le risorse pubbliche dovranno aumentare, intensificando contemporaneamente anche in questo campo la lotta all’evasione”.

Da tempo, l’Unione europea chiede all’Italia una netta separazione fra entrate da canone ed entrate da pubblicità, per legittimare il servizio pubblico. Lei come pensa di provvedere?

“Proporrò di costituire due società distinte: una interamente finanziata dalla pubblicità, in grado di fare una televisione commerciale competitiva e di gestire una rete generalista, come accade in Gran Bretagna con Channel four; l’altra di servizio pubblico, finanziata dal canone, con due reti generaliste e un forte impegno nella multimedialità. Ma sono ipotesi di lavoro su cui intendo promuovere la più ampia consultazione pubblica”.

Mi faccia capire bene: in questo modo, la raccolta pubblicitaria della Rai aumenterà o diminuirà?

“Se deve scendere al 10-15% delle entrate totali, evidentemente diminuirà. In proporzione, tenderà gradualmente ad aumentare invece il finanziamento pubblico. Tutto questo s’inquadra nella prospettiva del mio disegno di legge sulla normativa anti-trust, secondo cui vanno ridimensionate le attuali posizioni dominanti sia della Rai sia di Mediaset in ossequio alle numerose sentenze della Corte costituzionale sul pluralismo e ai richiami dell’Unione europea”.

Non c’è il rischio, così, che il sistema televisivo si rafforzi ulteriormente a danno degli altri mass media e in particolare dei giornali?

“Anzi, al contrario. Da una parte, la transizione al digitale terrestre aprirà notevoli spazi alle altre tv e in generale a tutti gli altri media: poi, sarà il mercato a stabilire in quale direzione e in quale misura. Dall’altra parte, come ho già spiegato, la riforma della Rai implicherà un finanziamento pubblico maggiore e risorse pubblicitarie minori. Il duopolio, insomma, si ridimensiona”.

Ma il suo disegno di legge anti-trust prevede un tetto del 45% per ciascun soggetto che opera sul mercato pubblicitario televisivo: ne bastano due, quindi, per arrivare – com’è adesso – al 90%. Non sarà, per così dire, un riarmo bilanciato, cioè un consolidamento del duopolio?

“Assolutamente no. Sappiamo tutti che la Rai, con gli indici di affollamento pubblicitario più bassi, ha le mani legate nella competizione con Mediaset. E in futuro subirà un’ulteriore riduzione della pubblicità”.

Sappiamo tutti anche che l’Italia è l’unico Paese al mondo in cui la pubblicità televisiva supera complessivamente quella della carta stampata. A suo parere, come si può riequilibrare il mercato?

“Questa è un’anomalia che va corretta. Occorrono azioni dirette a sostegno della carta stampata. Mi risulta che la presidenza del Consiglio ha già avviato un confronto con gli editori dei giornali per elaborare una legge-quadro, affidandone la stesura a un giurista come Enzo Cheli”.

Veniamo al punto più dolente, ministro Gentiloni: si riuscirà mai ad affrancare davvero la Rai dalla politica, dai partiti, dalla lottizzazione?

“Qui bisogna fare due operazioni. La prima è molto chiara e riscuote un ampio consenso. Si tratta di garantire l’autonomia della Rai dal governo pro-tempore, compreso naturalmente quello in carica. E per raggiungere questo obiettivo, la proprietà della Rai non dev’essere più detenuta direttamente dal Tesoro”.

Più che una proposta, sembra quasi una sfida. Come pensa di vincerla?

“L’idea è quella di istituire una Fondazione che sia l’azionista della Rai, a cui spetterà nominare i vertici operativi dell’azienda, ma nello stesso tempo sia anche il garante del cittadino-telespettatore e il soggetto che controlla l’applicazione del Contratto di servizio”.

E chi nomina i componenti di questa Fondazione, con quali criteri?

“Qui arriviamo all’altra operazione. Anche su questo punto specifico, aprirò un’ampia consultazione. Le ipotesi di soluzione possono essere diverse”.

Proviamo a elencarne qualcuna…

“La prima ipotesi è quella di un sistema che favorisca la massima autonomia, a metà fra il meccanismo di elezione dei giudici della Corte costituzionale e la legge sulla tv pubblica introdotta da Zapatero in Spagna. Vale a dire: nomina da parte del Parlamento con una maggioranza qualificata dei due terzi, per assicurare la massima imparzialità e autorevolezza dei componenti della Fondazione; selezione delle candidature fondata sui requisiti e sulle incompatibilità e poi verificata attraverso un hearing parlamentare, un’udienza pubblica. I consiglieri, inoltre, dovrebbero ruotare in modo che il loro mandato scavalchi la durata della legislatura: per avviare il turn over, gli spagnoli hanno pensato di affidarsi addirittura alla suerte, sorteggiando la prima volta quelli che restano in carica sei anni e quelli che invece decadono dopo i primi tre”.

Anche lei immagina una “ruota della fortuna” di questo genere?

“Non è l’unica soluzione. Esistono altre ipotesi da verificare, come quella contenuta nella proposta d’iniziativa popolare promossa dalla senatrice Tana de Zulueta, secondo cui i consiglieri della Fondazione vengono designati “pro quota” dal Parlamento, dai sindacati, dalle associazioni professionali e culturali. Oppure, quella di affidare la designazione congiunta ai presidenti delle due Camere che, dai tempi di Spadolini e Napolitano, ha già dato buona prova in passato”.

Personalmente, quale soluzione preferirebbe?

“Direi la prima. Sulla necessità dei requisiti e delle incompatibilità, c’è già un largo consenso. E poi, la maggioranza qualificata del Parlamento garantisce di per sé l’autorevolezza e l’autonomia dei candidati”.

Quali tempi prevede per varare questo disegno di legge sulla riforma della Rai?

“Entro Natale, penso di presentare un documento con le linee-guida del progetto…”

Sarà la proposta del governo?

“Saranno le proposte e le opzioni del ministro delle Comunicazioni. E sarà un documento aperto ai contributi, alle osservazioni e suggerimenti di tutti. Non essendo un tema nuovo, mi auguro che il confronto si esaurisca in alcune settimane. Poi, il Consiglio dei ministri approverà un disegno di legge. Su temi particolarmente rilevanti o controversi trovo giusto che il Governo faccia precedere le proprie proposte da una consultazione pubblica. È un percorso analogo a quello che ha seguito il collega Clemente Mastella per la riforma degli ordini professionali e che è durato un paio di mesi”.

Cerchiamo di chiarire un ultimo punto, ministro Gentiloni. Nei giorni scorsi, davanti alla Corte europea di Giustizia, l’Avvocatura dello Stato ha sostenuto a Lussemburgo la tesi del precedente governo di centrodestra difendendo la legge Gasparri che lei e tutta l’Unione a Roma volete invece correggere. Non è una contraddizione o, come dicono in molti, addirittura uno scandalo?

“Rispetto l’autonomia e le scelte dell’Avvocatura dello Stato. Per quanto mi riguarda, avevo informato con largo anticipo gli uffici della presidenza del Consiglio di questa udienza davanti alla Corte europea, rappresentando la necessità e l’opportunità di dare le istruzioni del caso, affinché la linea di difesa dello Stato italiano tenesse conto del cambiamento radicale deciso dal governo in carica su questo terreno. E successivamente, dopo aver inviato anche una missiva scritta, ho verificato con i dirigenti di palazzo Chigi che la segnalazione fosse stata ricevuta”.

E allora? Come si spiega questo dietro-front? In Parlamento sono state già presentate diverse interrogazioni e i legali di “Europa 7”, la rete che dal ’99 aspetta ancora di ricevere le frequenze per la concessione nazionale che aveva ottenuto, sono esterrefatti…

“Riconosco la legittimità di queste reazioni. E registro le proteste degli avvocati di parte, fondate su ragioni che ho sempre condiviso e tuttora condivido. L’unica spiegazione plausibile è che l’Avvocatura generale, nella sua sfera di autonomia, ritiene di dover sempre difendere lo Stato anche per evitargli di soccombere in giudizio ed eventualmente di subire un danno. Resta il fatto, comunque, che noi la legge Gasparri intendiamo sostituirla integralmente e abbiamo già presentato la nostra proposta al Parlamento”.

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