Home Editoria Cinema e Tv. Dopo APA, anche Anica presenta la sua ricerca, realizzata...

Cinema e Tv. Dopo APA, anche Anica presenta la sua ricerca, realizzata con Confindustria, sull’audiovisivo italiano. Numeri positivi, atmosfera abbastanza festosa, Conte approva e presenzia personalmente

Anica

C’era molta gente importante a Roma la scorsa settimana, in occasione della presentazione del Rapporto ‘Cinema e Audiovisivo: l’impatto per l’occupazione e la crescita in Italia’, prima ricerca di questo tipo condotta dal Centro Studi di Confindustria per Anica. Quest’ultima si affianca così alla neonata APA (ex APT), altra associazione dell’audiovisivo che a sua volta, con una giornata di studio e dibattito svoltasi all’Ara Pacis di Roma, aveva presentato poche settimane fa il 1° Rapporto sulla produzione audiovisiva nazionale, sostenuto dalla Direzione Generale Cinema del Mibac e da Istituto Luce Cinecittà, come già riferito da questo periodico.
Ricordiamo in breve alcune delle cifre e dei dati emersi nell’occasione, sulla base delle parole del presidente di APA Giancarlo Leone: “Il valore dell’intera filiera della produzione italiana ha ormai raggiunto 1 miliardo di euro l’anno (la sola fiction rappresenta il 38% del mercato, per un valore compreso tra i 360 e 380 milioni) ed i comparti direttamente riferibili all’APA (fiction, intrattenimento, documentari, animazione) sono stimati per un valore annuo di oltre 700 milioni di euro.

Il fenomeno più interessante è il netto incremento della presenza internazionale nei progetti dei produttori indipendenti italiani, l’arrivo di capitali esteri per la crescita delle imprese audiovisive ed il successo delle nostre produzioni all’estero, su tutte le piattaforme. Dall’analisi del settore emerge la presenza attiva su tutti i comparti produttivi dell’audiovisivo di oltre 7 mila imprese, di cui oltre 630 con un fatturato superiore ad 1 milione di euro”.
Un’atmosfera molto positiva (fin troppo) c’era anche nella seconda giornata di questa ‘piccola serie sull’audiovisivo’, quella a cura di Anica, che ha visto la presenza dello stesso Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

“Le industrie dell’audiovisivo chiedono certezze al Governo, al Parlamento, ai regolatori, per poter investire e competere a fronte di aggregazioni enormi che rischiano di colonizzare il Paese, se si facesse trovare impreparato. Chiediamo che si scelga in modo corale e con una visione strategica”, ha detto il presidente di Anica Francesco Rutelli.
A confortarlo a dovere ci hanno provato in tanti, oltre a Conte, come il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia (intervenuto con un videomessaggio), il sottosegretario per i beni e le attività culturali Lucia Borgonzoni (che ha promesso l’attesa riapertura della finestra per il tax credit), l’eurodeputata uscente Silvia Costa, il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, il presidente della Regione Lazio (e segretario del PD) Nicola Zingaretti, il sottosegretario del Ministero del Lavoro Claudio Durigon, l’Amministratore Delegato della Rai Fabrizio Salini, l’EVP Sky Italia Nicola Maccanico, l’Amministratore Delegato di La7 Marco Ghigliani, il nuovo Direttore Generale per il Cinema MiBAC Mario Turetta e molti altri ancora.

La presentazione del nuovo Rapporto è stata invece affidata soprattutto a Andrea Montanino, Capo Economista di Confindustria, e Francesca Medolago Albani, Responsabile Pianificazione Strategica di Anica. La ricerca racconta anch’essa in numeri l’industria dell’audiovisivo nel suo complesso, il valore economico e i posti di lavoro generati direttamente e indirettamente, nelle numerose filiere connesse.
Emerge come il cinema, l’audiovisivo e la televisione siano un comparto integrato e una risorsa indispensabile per il Paese. Il Rapporto rappresenta la prima descrizione del settore mediante indicatori che lo rendono comparabile con gli altri settori produttivi italiani e nel quadro della competizione internazionale. Indicatori che dimostrano, secondo l’Anica, quanto l’audiovisivo sia radicato sul territorio e generi nuovo valore, attivando ulteriore produzione in altre filiere.

Ogni euro di domanda aggiuntiva di servizi e prodotti audiovisivi, infatti, attiverebbe un effetto moltiplicatore pari a 1,98 euro, ripartito diffusamente a vantaggio di tutta l’economia nazionale. E il moltiplicatore di valore del cinema e dell’audiovisivo è, dopo il settore delle costruzioni, il più alto fra tutte le attività economiche, grazie alle intense relazioni di filiera e alla bassa propensione all’importazione.
Il settore è fortemente integrato nel sistema Paese ed è composto da quasi 8500 imprese (si noti come qui siano di più rispetto a quelle indicate da APA), con una dimensione media di 4,5 addetti, pari alla media europea; si può notare la differenza con gli altri settori dell’economia italiana (a partire dal manifatturiero), dove le imprese scontano una dimensione media significativamente più ridotta rispetto agli altri Paesi europei.

Nelle imprese italiane di audiovisivo e broadcasting si conta un totale di 61 mila posti di lavoro diretti (dipendenti o assimilabili). Nelle filiere connesse ne sono però attivati quasi il doppio, circa 112 mila. Tra diretti e indiretti, sono dunque 173 mila i posti di lavoro complessivi generati da cinema, audiovisivo, broadcasting.
Nel Rapporto Anica si mette in evidenza, inoltre, come il comparto dell’audiovisivo attivi lavoro giovane e femminile più della media nazionale e comprenda una forte componente di competenze specialistiche, artistiche e tecniche. La forza lavoro del settore è caratterizzata da una maggiore presenza di under 50 (il 77% vs il 73% della media nazionale); nel settore della produzione, in particolare, un quarto degli occupati ha meno di 30 anni.

Nella classifica mondiale dell’audiovisivo, l’Italia – malgrado l’andamento abbia risentito della doppia crisi economica dell’ultimo decennio – si trova tra i primi dieci Paesi del mondo. E anche per l’Anica, l’export dei prodotti audiovisivi italiani registra una dimensione importante, pari a 890 milioni di euro, molto superiore al valore dell’import infra-settoriale, pari a 120 milioni.
Viene poi evidenziato come l’avvento della rivoluzione digitale abbia portato a livello globale cambiamenti profondi e strategici che vanno colti e interpretati affinché un settore produttivamente così fertile non rischi la marginalizzazione o si trasformi in un creatore di talenti e competenze attratti altrove. (M.R. per NL)