Data center. Sempre meno spazio per i nostri documenti. E per la nostra privacy

I data center, ossia gli archivi digitali, sono nati circa una quindicina di anni fa. Da allora la tecnologia ha fatto passi da gigante ed ora molti utenti, anche professionali, affidano loro il compito di conservare e archiviare la documentazione relativa all’attività di impresa.

Basti pensare che la Sun Microsystems, l’azienda nota per aver creato il linguaggio di scrittura java, ha creato un data center portatile chiamato Sun Modular Datacenter: un container lungo pressappoco 6 metri che può contenere circa 280 server su cui conservare ogni tipo di documento. Tuttavia il mondo dell’archiviazione di massa informatica rischia il collasso poiché i 45 milioni di server esistenti al mondo non sono più in grado di soddisfare le sempre più numerose richieste di stoccaggio. Oltre a problemi di spazio, vi sono da considerare anche altre problematiche tra cui, in primis, il fattore privacy. In America, infatti, grazie al Patriot Act, il Federal Bureau of Investigation (FBI) può accedere a qualsiasi documento, e-mail o immagine archiviata nei diversi server. In Europa non è così facile accedere ai dati stoccati negli archivi digitali, anche se in realtà un modo per eludere i controlli sulla privacy c’è: trattasi dei famosi account di posta elettronica che sono gratis dal punto di vista economico, ma non da quello della riservatezza. Google, ad esempio, scorre la posta elettronica al fine di individuare gli interessi degli utenti e inviare così pubblicità mirata accanto al messaggio di testo. Altro problema, non di poco conto, riguarda la durata nel tempo di questi archivi informatici: non è dato sapere, infatti, la loro resistenza allo scorrere del tempo e in ogni caso la loro infinita longevità deve essere ancora dimostrata. È dunque indubbia la loro utilità, ma a pagarne il prezzo potrebbero essere sia il nostro lavoro, sia la nostra privacy. (M.C. per NL)
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