De Bortoli (Il Sole 24 Ore): “E’ ora di cambiare. Il futuro è nel multimediale”

«Siamo diventati più servi e concubini del potere, facciamo più parte del gioco. Vogliamo fare politica, influenzare la formazione di nuovi partiti e coalizioni, rifare la legge elettorale


Franco Abruzzo.it

Roma, 1 ottobre 2008. «Siamo diventati più servi e concubini del potere, facciamo più parte del gioco. Vogliamo fare politica, influenzare la formazione di nuovi partiti e coalizioni, rifare la legge elettorale. Dovremmo invece tornare a fare esclusivamente i giornalisti, che è già tanto». L’invito – perentorio – arriva da Ferruccio de Bortoli, direttore del «Sole 24 Ore», un protagonista del mondo dell’informazione nel nostro paese, del quale arriva ora in libreria «L’informazione che cambia», un lungo colloquio con il giornalista Stefano Natoli (Editrice La Scuola, nella collana «Interviste» diretta da Paola Bignardi). Centoventi pagine – precedute da una prefazione del presidente dell’Ordine, Lorenzo del Boca – che fotografano la situazione difficile dei media in Italia, l’accesso alle fonti e la loro verifica, il giornalismo multimediale, le potenzialità legate al connubio rete e carta, ma che a tratti diventano un j’accuse contro la categoria. «Il dramma di fondo» – sottolinea de Bortoli – «è che a volte non siamo più neanche tanto giornalisti, ma un grande ufficio stampa». Giudizi taglienti. Inequivocabili. Come quello su un modo purtroppo sempre più diffuso di lavorare: «Sempre più un copia e incolla. Acritico, distratto, sciatto». Di inviti ai giornalisti de Bortoli ne fa tanti. Ad esempio a sbagliare di meno, a difendere con più forza il valore dell´indipendenza delle redazioni e a presidiare con più convinzione il web «prima che sia troppo tardi: il tentativo degli editori, infatti, è quello di fare a meno dei giornalisti, per un problema di costi, ma non solo».
Non mancano le denunce. Agli editori – che non di rado hanno gli interessi al di fuori dell´editoria e usano la stampa per «dare lustro a tutta una serie di posizioni personali o come scudo in vicende giudiziarie o ancora come arma di pressione nei confronti di enti locali» – ma anche ai politici che, in modo assolutamente bipartisan, resistono raramente alla tentazione di mettere un bavaglio alla stampa. Come dimostra il disegno di legge sulle intercettazioni: «trovo scandaloso» – dice de Bortoli nell’intervista – «cercare di impedire che si scriva di inchieste nel loro formarsi, cioè che si possa parlare di indagini penali soltanto nel momento in cui queste vengono completate. In base a questa logica, non avremmo potuto parlare tre anni fa delle indagini sui ‘furbetti del quartierinò e più recentemente dello scandalo delle cliniche». Lapidari alcuni giudizi, come quello sulla free press: «mi domando che cosa sarebbe un mondo fatto solo di free press, di notizie in pillole, prese nella maggior parte dei casi dalle agenzie e senza la minima caratterizzazione» – o sul contributo del cosiddetto citizen journalism, importante ma non alternativo al giornalismo tradizionale: «non tutto quello che gonfia la rete è ispirato da accuracy and fairness».Vibrante la difesa dei giornali a pagamento: «pezzo costitutivo dell´identità e della storia nazionale», rappresentanti «della vivacità intellettuale e delle aspirazioni del Paese».
Non mancano le proposte, come quella – audace – di superare la situazione di «irresponsabilità finanziaria delle redazioni»: l´idea di de Bortoli è che il direttore debba avere anche una responsabilità di tipo gestionale: «debba fare un budget», anche per sottrarre al marketing e alla pubblicità il potere di «aprire o chiudere il rubinetto delle risorse di un giornale a suo piacimento». Circa il tema «informazione e potere politico», dopo aver ricordato l’anomalia italiana («il principale possessore di televisioni private o l’azionista di maggioranza di uno dei più grandi gruppi editoriali italiani è nello stesso tempo il capo del governo e il principale esponente della maggioranza»), aggiunge: «Si sbaglia a pensare che l’informazione televisiva di Mediaset sia un’informazione schiacciata sulle posizioni del Cavaliere. Ci possono essere alcuni eccessi, ma ci sono tantissime persone che svolgono tranquillamente e correttamente il proprio lavoro. Anzi, diciamo che non di rado lo stesso editore si è fatto forza della diversità e indipendenza delle redazioni presentandole come elementi di pluralismo. Berlusconi del resto si è dimostrato un buon editore. Sa che i giornali che appaiono house organ finiscono per valere poco sia presso il pubblico sia presso l’utenza pubblicitaria, che lui conosce meglio di tutti. Resto convinto che non si possa essere contemporaneamente buoni editori e buoni politici, ma questo è un altro discorso». E la Rai? «Gode della pessima immagine di essere penetrata dal potere politico. E oggi, fra l’altro, di essere ostaggio del suo principale concorrente. L’azienda, che è il più ricco – ma anche il più disordinato – deposito di intelligenze del Paese, esprime in maniera rapsodica delle grandissime individualità accanto a preoccupanti forme di conformismo e di puro compiacimento del potere», risponde De Bortoli a Natoli. Aggiungendo: «Bisogna però riconoscere che qualsiasi altra azienda martoriata nella propria gestione da elementi politici e da oneri impropri, come è stata la Rai, probabilmente oggi non esisterebbe più. Ciò vuol dire che – pur nelle divisioni – all’interno di quel mondo esiste un forte spirito di squadra, un grande valore intangibile».
Nel libro in pubblicazione per i tipi dell’Editrice La Scuola anche una curiosa remarque sull«’effetto terrazza romana». Confida De Bortoli all’intervistatore: «Trovo insopportabile questa contiguità così forte fra stampa e potere al punto che tutti si danno del tu, tutti frequentano gli stessi locali e le stesse case… C’è questo effetto da terrazza romana, dove tutti sono amici di tutti e dove, soprattutto coloro che non fanno i giornalisti, si aspettano che il giornalista col quale hanno riso e mangiato insieme non debba scrivere delle cose a loro non gradite. Credo che una maggiore separazione farebbe bene alla stampa, ma farebbe bene anche alla politica. Perchè la politica spesso si rilassa, peggiorando, nell’intimità con i media». (Adnkronos)

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