DTT, le tv locali preoccupatissime per la gestione della critica fase della migrazione tecnologica

In vetta alla lista dei timori i criteri di assegnazione dei canali, la questione LCN e la copertura dei costi tecnici di adeguamento


Ma dove sono stati sino ad ora gli editori delle tv locali? Sulla Luna? Forse sì, perché altrimenti non si comprende come mai, all’improvviso, dopo la pubblicazione dell’articolo sulle trappole disseminate lungo il percorso della miracolosa migrazione digitale, fortemente voluta da quelle associazioni di categoria che la vedevano come la panacea dei mali settoriali, ma che ora cercano affannosamente (e un po’ pateticamente, va detto) di prenderne le distanze, questo periodico è stato tempestato di email (redazione@newslinet.it) dal tono tra il bellicoso (verso le istituzioni e le rappresentanze delle emittenti locali) ed il rassegnato, tra l’irritato e lo sgomento.
Non entriamo nel merito della spinosa questione delle discutibilissime scelte di taluni sindacati pro DTT (ora un po’ meno, invero), che evidentemente non avevano approfondito aspetti cruciali della migrazione (come, appunto, le modalità di assegnazione dei canali, la gestione dei numeri LCN o i costi aziendali per l’avvicendamento tecnologico), limitandosi ingenuamente ad esaltare le immense (?) potenzialità del digitale terrestre. Di ciò presumibilmente pagheranno le conseguenze nel rapporto con gli associati, sicché non val la pena d’infierire.
Il prezzo più caro, però sarà (senza il forse) saldato dagli editori che hanno sonnecchiato o ecceduto nell’affidamento.
Per parte nostra, ci limitiamo ad evidenziare la criticità di questa fase transitoria, suggerendo di partecipare attivamente ai tavoli tecnici disposti all’Agcom attraverso propri tecnici ed esperti, non mancando di far sentire la propria voce, a dispetto di coloro che hanno interesse a favorire la concertazione tra pochi soggetti.
Una presa di coscienza netta dell’importanza di questa fase, non risulterà certamente sufficiente a cancellare i gravi errori effettuati, ma almeno potrà contenere gli effetti dell’inevitabile, devastante, impatto della nuova tecnologia sui piccoli e medi editori.
Guidando e non subendo l’assegnazione dei canali, auspicabilmente nella direzione della minor alterazione possibile dell’attuale quadro radioelettrico, si potrà diminuire il numero dei ricorsi al TAR contro i provvedimenti amministrativi con i quali saranno attribuite risorse frequenziali in molti casi inadeguate per competere ad armi pari con i concorrenti nazionali, già in vantaggio sul piano dei contenuti.
Intanto, sono sempre più le voci dissonanti sul digitale terrestre, non in quanto a tecnologia in sé, ovviamente, ma a riguardo della contestualizzazione nel nostro particolare panorama radioelettrico.
Sintomatico è infatti che, secondo un recente sondaggio di cui abbiamo dato conto su queste pagine, il 38% dei trentini (il Trentino Alto Adige è in procinto di migrare al DTT divenendo altra regione all digital) non ha affatto intenzione di acquistare un ricevitore esterno per la tv digitale terrestre o un televisore con decoder incorporato o altro collegamento digitale. Più di un trentino su tre sembrerebbe pertanto propenso a rinunciare a seguire ancora i programmi di Raidue e di Retequattro (in Trentino saranno trasmessi solo in digitale dal 15 febbraio 2009). Di più: l’8% ha dichiarato di volerlo fare entro l’anno, mentre il 19% non sa ancora che fare.
L’avevamo già scritto tempo fa: occhio che i cocci della migrazione li raccoglierà Murdoch!
Anche il critico Aldo Grasso è tornato per l’ennesima volta sull’argomento DTT, risponendo ad una lettera di un utente sardo pubblicata sul Corriere Magazine di questa settimana. Alla protesta del telespettatore, ritenutosi “truffato” a seguito del ricevimento del bollettino per il canone RAI per un servizio pubblico (digitale) invisibile o instabile, il giornalista ha risposto: “La configurazione orografica dell’Italia rischia di rendere obsolta la tecnologia del DTT. Forse bisognava investire sull’IpTv o sul satellite“. Giusto. Anche perché l’adeguamento alla tecnologia da parte dell’utenza non dovrebbe essere un’imposizione, ma una scelta avveduta.

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