Giornalista o blogger? Fare informazione in Italia tra l’inadeguatezza delle regole e l’impazienza dell’innovazione

Il conflitto tra vecchi e nuovi modi di fare giornalismo in Italia non accenna a scemare, anzi tende ad aggravarsi per l’irrigidimento delle rispettive posizioni e l’immancabile latitanza della politica. Ancora una volta sotto accusa le normative e le procedure di accesso alla professione giornalistica.

In rete crescono più o meno attendibili offerte di lavoro per sedicenti nuove figure come quella del “blogger professionista” che, sull’onda di voci e mode provenienti da oltreoceano, fanno sperare ai giovani aspiranti giornalisti di poter accedere alla professione senza dover passare dalle forche caudine della pubblicazione o praticantato nelle redazioni di testate “registrate”, con relativi direttori responsabili iscritti al mitico Ordine dei giornalisti. E allora si riaccende la polemica tra le due scuole di pensiero. Da una parte chi difende la necessità di una procedura di selezione come quella attuale (in molti ne chiedono addirittura l’inasprimento) e la conseguente validità di un ordine professionale che richieda ai suoi membri un elevato livello di preparazione e il rispetto di determinate regole deontologiche. Dall’altra chi denuncia le modalità clientelari e “di casta” con cui viene gestito l’accesso all’albo e l’arretratezza delle normative in rapporto al mondo in rapido cambiamento dei blog e dell’autoproduzione in rete, chiedendo a gran voce di liberalizzare la professione. Si è già detto di come negli USA il confine tra blogger e giornalista stia sempre più sfumando, per via dell’uso sempre più pervasivo della rete nelle redazioni e grazie anche all’assenza di qualsivoglia barriera all’ingresso della professione giornalistica. Ciò non significa che non ci si ponga il problema della selezione, giacché su internet è possibile pubblicare autonomamente qualsiasi cosa, ma altra storia è saper scrivere, raccontare storie e attrarre lettori. E sono le stesse testate giornalistiche che operano liberamente le proprie scelte rispetto ai contributi che vengono dalla rete, nell’ottica di costruire un prodotto che sia in grado di riprodurre l’autorevolezza della carta stampata e diventare punto di riferimento anche nell’informazione online. In Italia però la situazione è assai diversa. Anche nel nostro paese la stampa tradizionale sta tentando un approccio alle nuove vie della comunicazione in rete, ma il percorso si sta rivelando lento e faticoso, oltre che dagli esiti assai incerti. Sintomatico è il recente sciopero dei giornalisti del Corriere della Sera, in rivolta contro una presa di posizione assai netta del direttore Ferruccio De Bortoli. Da quanto è possibile leggere tra le righe dei documenti aziendali pubblicati, quest’ultimo si è, infatti, pronunciato in favore di una importante riconversione delle strategie comunicative del quotidiano (in favore dell’edizione web e del canale video) e di una conseguente ridiscussione dei rapporti professionali che tenderà inevitabilmente a ridurre il ruolo della redazione “tradizionale”. Il suo appello all’innovazione e all’apertura nei confronti delle giovani generazioni pare abbia trovato però una notevole resistenza nel “sancta sanctorum” del giornale milanese. Approfittando delle lentezze in cui si sta impantanando la conversione al digitale dei grandi nomi dell’informazione, si sta però sviluppando un vasto scenario di pubblicazioni online che spesso utilizzano il modello del blog per informare su ogni tipo di argomento. Si tratta di un nuovo tipo di strumento informativo che raduna grandi redazioni “virtuali” ed è in grado di rispondere alle più disparate esigenze dei lettori servendosi di un esercito di blogger spesso molto preparati e professionali. Molti sono giornalisti iscritti all’albo, altrettanti non lo sono. Tutti indubbiamente svolgono lo stesso tipo di lavoro, e con risultati paragonabili. Ma per la legge italiana solo i primi possono chiamarsi giornalisti a tutti gli effetti, mentre i secondi possono solo aspirare a diventarlo pubblicando per un periodico registrato, che probabilmente non coincide con la testata con la quale collaborano. Già, perché molti di questi siti di informazione, non essendo periodici, non hanno l’obbligo di iscriversi al registro della stampa in tribunale, e neanche di avere un direttore responsabile. Tutto ciò grazie al caos della normativa attuale sulle pubblicazioni telematiche. Appare evidente ancora una volta la necessità di una riforma che sia almeno in grado di permettere a chi percorre le nuove vie dell’informazione di dispiegare il proprio potenziale. Altrimenti non potremo che lamentarci di aver perso l’ennesimo treno verso il futuro. (E.D. per NL)
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