Intercettazioni: no a DDL Federazione Europea Giornalisti

L’articolo 17 del ddl “Alfano” sulle intercettazioni modifica il “Testo unico sulla privacy” (dlgs 196/2003) e chiama in causa il Garante


da Franco Abruzzo.it

Milano, 15 giugno 2008. L’articolo 17 del ddl “Alfano” sulle intercettazioni – nel testo diffuso oggi da “Il sole 24 Ore” – modifica il “Testo unico sulla privacy” (dlgs 196/2003) e chiama in causa il Garante, che ha già, in virtù del punto 5 dell’articolo 139 vigente, il potere di “vietare il trattamento” di una data notizia che viola le “prescrizioni” contenute nel punto 1 del Codice di deontologia dei giornalisti “a garanzia degli interessati rapportate alla natura dei dati, in particolare per quanto riguarda quelli idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale. Il nuovo comma 5 dell’articolo 139 stringe vieppiù le maglie e ingabbia l’attività dei giornalisti in una rete di prescrizioni formalmente condivisibili: “In caso di violazione delle prescrizioni contenute nel Codice di deontologia o, comunque, delle disposizioni di cui agli articoli 11 e 137, il Garante può vietare il trattamento o disporne il blocco”. Il Garante “può vietare il trattamento o disporne il blocco”, quando il giornalista viola gli articoli non solo il Codice di deontologia ma anche gli articoli 11 e 137 del dlgs 196/2003. Questo insieme di riferimenti normativi fanno da cornice ai “divieti di pubblicazioni” inseriti nel ddl. Le violazioni di cui parla il ddl, quindi, possono ferire la normativa sulla privacy e, quindi, possono determinare il Garante a “vietare il trattamento o a disporne il blocco”. Il comma e) dell’articolo 17 del ddl è una vea e propria norma di chiusura molto minacciosa (carcere per i trasgressori): “Chiunque, essendovi tenuto, non osserva il provvedimento adottato dal Garante ..è
Roma, 15 giugno 2008. No unanime dei giornalisti europei, riuniti a Berlino, al ddl del governo italiano sulle intercettazioni. La delegazione italiana è formata dal presidente, segretario e direttore Fnsi, Roberto Natale, Franco Siddi e Giancarlo Tartaglia. «L’assemblea annuale della Federazione europea dei giornalisti, riunita a Berlino, condanna il progetto di legge del governo italiano che, con la scusa della privacy, vuole stabile sanzioni penali – fino a tre anni di carcere – per i giornalisti che pubblichino informazioni o citino notizie di inchieste giudiziarie. È il caso soprattutto delle intercettazioni telefoniche disposte dalla magistratura.», dice il testo del documento approvato. Il progetto di legge, «è un’iniziativa che mette il bavaglio ai giornalisti e impedisce ai cittadini di essere informati su temi d’interesse pubblico compresi nelle inchieste giudiziaria.Questo modo di procedere – prosegue il documento diffuso da Berlino – è contrario ai principi universali dei diritti dei media e della loro funzione nelle democrazie moderne. I giornalisti, infatti, non devono nascondere le informazioni d’interesse generale, sia originate da fonti libere sia da fonti confidenziali, che essi hanno il dovere di proteggere». E inoltre: «Il progetto di legge del governo italiano è contrario alle convenzioni internazionali e alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. L’assemblea annuale della Fej sostiene il sindacato dei suoi colleghi italiani, la Fnsi, nel suo contrasto, nella sua opposizione contro il disegno di legge e fa appello al Parlamento italiano a non approvarlo o a modificarlo profondamente. La Federazione europea dei giornalisti mette sotto osservazione la vicenda e condurrà in ogni sede d’interesse europeo un’iniziativa sociale e etica per la libertà e la qualità del lavoro dei giornalisti. Venti illi berali per tentare di condizionare l’informazione soffiano qua e là in Europa e quello italiano è un caso d’osservazione e mobilitazione professionale e civile». (ANSA)

INTERCETTAZIONI. MALAVENDA: “DDL VIETA LA CRONACA GIUDIZIARIA”.

Palermo, 15 giugno 2008. «La cronaca giudiziaria con il disegno di legge proposto da Alfano non si potrà più fare. E i giornalisti non potranno più raccontare nulla fino a conclusione dell’udienza preliminare». Lo dice all’ANSA l’avvocato Caterina Malavenda, uno dei maggiori esperti italiani sul diritto dell’informazione. «Il disegno di legge – spiega Malavenda – ha modificato le norme del codice di procedura penale che disciplinano gli atti che non si possono pubblicare. Fermo restando che si tratta di atti che lo stesso indagato conosce. Ma il giornalista non ne potrà scrivere, né riportare integralmente i documenti, né per riassunto o sintesi». «I giornalisti, se passa così il testo – aggiunge – potrà scrivere che un indagato è stato arrestato, ma non si potrà dire il perché è finito in cella». Chi scrive qualcosa face ndo riferimento agli atti giudiziari sarà punito con l’arresto da uno a tre anni e con l’ammenda fino a 1.032 euro per ogni articolo pubblicato. «Le due pene, detentiva e pecuniaria – spiega Malavenda – non sono alternative, ma congiunte. Il che significa che il carcere è sempre previsto e, anche in un paese dove è difficilissimo finire dentro (condizionale fino a due anni, pene alternative fino a tre), il giornalista ha ottime probabilità di finirci: alla seconda o alla terza condanna per violazione del divieto di pubblicazione, non meno di nove mesi per volta, si superano i due anni e si perde la condizionale; alla quarta o alla quinta si perde anche l’accesso ai servizi sociali e non resta che la cella».

L’avvocato Caterina Malavenda, uno dei maggiori esperti italiani sul diritto dell’informazione, analizzando il disegno di legge proposto dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che riguarda il divieto di pubblicazione delle intercettazioni, precisa che il testo impedisce ai giornalisti di fare cronaca giudiziaria. «Ogni volta che il giornalista vorrà informare sui fatti giudiziari – precisa l’avvocato Malavenda – incorrerà non solo a problemi penali, ma anche disciplinari, perché la procura che indagherà il cronista per queste violazioni dovrà avvertire l’Ordine dei giornalisti affinché lo sospenda per tre mesi dalla professione». E chi insiste a informare rischia anche di essere licenziato. «D’ora in poi – spiega l’avvocato Malavenda – le aziende editoriali dovranno premunirsi contro eventuali pubblicazioni di materiale vietato, con appositi modelli organizzativi, perché la violazione del segreto con questo disegno di legge è stato fatto rientrare nella legge 231 sulla responsabilità giuridica delle società editoriali. Significa che l’editore, per non vedere condannata anche la sua impresa, deve dimostrare di aver adottato tutte le precauzioni contro le violazioni della nuova legge». «Per chi fa riferimento alla tutela della privacy – sottolinea Malavenda – ricordo che esiste già una legge sulla privacy che prevede sanzioni penali, anche pesanti che vanno in questi casi da sei a 24 mesi di carcere. E la legge è chiara: se il giornalista riporta intercettazioni di persone che non sono coinvolte nell’inchiesta, o sono indagate, vanno punite. Le norme previste dal nuovo disegno di legge si aggiungono a questa legge». «Insomma, sarà difficile fare cronaca giudiziaria e informare i cittadini su fatti che possono essere di rilevanza sociale come per l’inchiesta sulla clinica milanese o sul crac di Parmalat». L’avvocato Malavenda conclude ironicamente: «Per i giornalisti che no n vogliono correre problemi basterà che non diano più notizie e saranno tranquilli». (ANSA)

INTERCETTAZIONI. ARTICOLO21: “GUANTANAMO PER LIBERTÀ STAMPA”

Roma, 15 giugno 2008. – «La magistratura potrebbe sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale perché il disegno di legge sulle intercettazioni limita la sua autonomia. La norma costituzionale che sarebbe violata è l’art. 112 che prevede l’obbligo per il pm di esercitare l’azione penale. Questa norma verrebbe svuotata se il pm non avesse i mezzi per condurre l’azione penale…». È il parere autorevole dell’avvocato Domenico D’Amati, presidente del comitato giuridico di Articolo21 che interviene sul sito dell’associazione sul tema del ddl sulle intercettazioni. «Non è difficile prevedere che – afferma D’Amati – se il disegno di legge sulle intercettazioni sarà approvato dalle Camere e se la legge approvata sarà promulgata dal Presidente della Repubblica, Berlusconi avrà il suo caso Guantanamo davanti alla Corte Costituzionale. Il primo mag istrato cui sarà chiesto di condannare alla reclusione un giornalista per aver dato notizia delle malefatte di qualche esponente della casta, emerse da intercettazioni in sede giudiziaria, manderà gli atti alla Consulta perché annulli la nuova legge. E la Corte Costituzionale non sarà la sola a sancire l’abnormità di questo tentativo di ritorno ai tempi bui, perchè non mancheranno certo di pronunciarsi la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Corte di Giustizia dell’Unione». Per D’Amati, «un’altra ragione che potrà portare la legge sulle intercettazioni davanti alla Corte Costituzionale è che essa si presenta come attentato all’autonomia della magistratura. Per l’art. 112 della Costituzione, il Pubblico Ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale. Questa norma sarebbe svuotata del suo contenuto, se il Pubblico Ministero fosse privato della possibilità di ricorrere, in caso di necessità, allo strumento delle intercettazioni». Afferma il portavoce di Articolo21 Giu seppe Giulietti, «ci si augura che le opposizioni, dentro e fuori dal Parlamento, vogliano almeno su questi temi trovare una posizione comune e condurre le più opportune iniziative. Ma se e quando questa legge dovesse mai essere approvata per i cronisti dovrà essere sempre e comunque prevalente l’obbligo di dare informazione. Per questo condividiamo nettamente la proposta di autodenuncia avanzata oggi da Marco Travaglio sulle colonne de l’Unità». (ANSA)

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