Internet mobile: lo spettro non basta più, l’imperativo è condividere

Lo spettro radio e i relativi modelli di gestione e utilizzo sono sempre più al centro del dibattito all’interno delle istituzioni regolatorie, in Europa come negli USA.

La diffusione esponenziale dei dispositivi mobili connessi a internet (principalmente smartphone e tablet) sta portando a livelli sempre più alti il consumo di banda mobile e il trend sembra non essere sostenibile, se non assegnando a questi servizi una quantità sempre maggiore di risorse frequenziali. Negli Stati Uniti la FCC sta mettendo mano a nuove regole per limitare le acquisizioni spettrali da parte degli operatori incumbent AT&T e Verizon, il cui duopolio sta soffocando l’ingresso nel mercato di nuovi operatori. Nell’UE, l’esigenza di raggiungere gli obiettivi della Digital Agenda ha già imposto una revisione delle politiche di accesso allo spettro radio che, com’è noto, ha portato all’attribuzione del dividendo digitale esterno agli operatori telefonici, per lo sviluppo delle nuove tecnologie di trasmissione dati in mobilità (LTE). E che a partire dal 2015 attribuirà almeno in parte all’internet mobile un’ulteriore banda di frequenze che ora ospita i canali televisivi, quella dei 700 MHz. Sottrarre spettro alle televisioni, comunque, potrebbe non bastare, anche considerando che i broadcaster via etere in Europa (per non parlare dell’Italia) rappresentano ancora un settore economico importante, oltre che piuttosto restio ad innovare i propri asset in direzione della rete, soprattutto in tempi di crisi. Così le ultime proposte, sintetizzate in una recente comunicazione della Commissione Europea al Parlamento e al Consiglio, e rilanciate dalla vice presidente della Commissione e responsabile della Digital Agenda Neelie Kroes nel suo blog, si concentrano sulle evoluzioni tecnologiche che permetteranno di sfruttare in modo più efficiente lo spettro radio. Spettro che la stessa Kroes definisce “ossigeno economico” per il mondo delle comunicazioni del futuro. La parola chiave è spectrum sharing, e la Commissione invita le autorità di regolazione nazionali a muoversi secondo due linee di intervento fondamentali: innanzitutto incentivare l’utilizzo ed eventualmente ampliare l’estensione delle bande di frequenza armonizzate cosiddette “esenti da licenza” (ad esempio le attuali bande dei 2,4 e 5 GHz attualmente dedicate ai servizi wi-fi, o la gamma sugli 800 MHz in cui operano i cosiddetti SRD – Short Range Devices); poi procedere ad una revisione normativa che promuova la possibilità di attribuire diritti di utilizzo su porzioni di spettro sia agli attuali utilizzatori che a nuovi operatori in grado di fornire servizi a banda larga in modalità condivisa. Essenzialmente si parla di tecnologie che permettano l’occupazione dinamica delle frequenze libere e la protezione dalle interferenze, come le già collaudate DFS e TPC che garantiscono la coesistenza dei collegamenti HiperLAN a 5 GHz con i servizi radar che operano sulle stesse bande. Ma anche di cognitive radio, ovvero di servizi in grado di utilizzare i cosiddetti “spazi bianchi” tra le frequenze occupate dai canali televisivi UHF. Tali sistemi, attualmente in fase sperimentale nell’etere europeo (ma già in pre-partenza negli USA), si basano tra l’altro sull’utilizzo di database geolocalizzati della posizione e copertura degli impianti esistenti. Il che ne renderebbe assai ardua l’adozione, ad esempio, nel nostro paese… Non solo tecnici, peraltro, saranno i problemi che l’implementazione di simili policy creerà alle autorità di regolazione nazionali. Innanzitutto sarà necessario stabilire condizioni di condivisione che permettano la coesistenza di livelli di servizio adeguati e la garanzia di non interferenza tra gli utilizzatori. Poi, con ogni probabilità, si dovranno prevedere forme di “risarcimento” nei confronti degli attuali detentori dei diritti d’uso delle frequenze, che si troveranno a doverle condividere con i nuovi entranti. Si presume infatti che la coesistenza, per quanto pacifica, implicherà come minimo un adeguamento tecnologico degli impianti, con conseguenti oneri che in qualche modo andranno compensati. La strada verso un nuovo modello di utilizzo dello spettro radio sembra comunque ormai tracciata. E l’unica via per la sopravvivenza degli operatori sarà quella potendo di, potendo, investire in innovazione, tenendo ben presente che in un futuro non troppo lontano la rete sarà l’unica via attraverso la quale verrà veicolato ogni tipo di contenuto. Broadcaster nostrani, siete avvertiti… (E.D. per NL)
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