La fiction su Dalla Chiesa, la “pista rossa” sui segreti di Via Fani e l’attentato, vero o presunto, a Berlinguer

Dopo l’articolo-accusa di Laporta su “ItaliaOggi” e la risposta di un lettore, tornano d’attualità i temi legati al rapporto tra il Pci e Mosca, fino all’incidente che vide protagonista il segretario del Pci a Sofia nel ‘73


La Storia, si sa, non è come la matematica. Non è una scienza esatta, ma dipende da chi la scrive, da chi la descrive, da quali sono le fonti e quali i poteri dominanti all’interno delle società nel determinato momento storico. La Storia è sempre un misto di una moltitudine di differenti sfaccettature, nonostante spesso si tenda a renderla, specie col passare del tempo, univoca, “bianca” o “nera”. E si tenda, inoltre, a renderne i protagonisti “giusti” o “sbagliati”, buoni o cattivi. A volte persino chi l’ha vissuta sulla propria pelle rischia d’ignorarne fattori scatenanti, segreti determinanti per il susseguirsi d’eventi sui quali poi, magari, si arriva a dare giudizi a volte affrettati. Questo preambolo ha un valore assolutamente generale, che vale per qualsiasi Storia, per qualsiasi momento storico e per qualsiasi Paese. Assolutamente non vuol costituire la base per una sterile polemica nei confronti della questione della quale andiamo a trattare.
Essa, sollevata giusto una settimana fa dal giornalista Piero Laporta su “ItaliaOggi”, è quella degli antefatti dell’omicidio-Moro, del reale o presunto ruolo svolto dal Pci e dall’Unione Sovietica nella strage di Via Fani, del reale o presunto attentato al segretario del Pci, Enrico Berlinguer, durante il suo soggiorno a Sofia nel 1973. Laporta, evidentemente ottimo conoscitore della storia recente del nostro Paese, nonché della sua politica, aveva colto la palla al balzo, prendendo spunto dalla fiction di Canale5 sul generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, per sviscerare tutta una serie d’informazioni omesse all’interno dello sceneggiato, che additano il Partito Comunista Italiano (nonché quello sovietico) come grande burattinaio, come una sorta di Ponzio Pilato che avrebbe avuto l’ultima parola sui tutti i fatti e i fattacci che hanno caratterizzato gli anni di piombo. Il Pci, dice Laporta, avrebbe architettato la strage di Via Fani in concorso con il Pcus ed avrebbe taciuto colpevolmente circa l’attentato nel quale Berlinguer rischiò di perdere la vita. Tesi certamente mosse da una serie di indizi e testimonianze storiche, tesi smentite da più parti e confermate da altrettanti personaggi. Sul secondo punto, però, v’è più di qualche dubbio.
Laporta, da ottimo giornalista, cita le fonti. Richiama la celebre intervista di Macaluso (senatore e dirigente del Pci prima e del Pds poi) a “Panorama”, durante la quale venne a galla per la prima volta la questione; fa riferimento anche il libro “Sofia 1973: Berlinguer deve morire” (Fazi editore), che dà maggiori dettagli sull’oscura faccenda. Da ottimo giornalista, Laporta cita le uniche due fonti che descrivono il fatto, oltre a quelle non ufficiali che vengono dalla famiglia Berlinguer, nonché da un presunto taccuino di proprietà dello stesso leader del Pci nel quale l’interessato esprimeva le proprie paure inerenti l’incidente bulgaro, anche secondo lui un probabile attentato.
Non è possibile non ricordare, ad onor del vero e della deontologia professionale (nonché in nome di una Storia che non sempre ha una versione univoca di se stessa e più spesso rappresenta lo specchio di chi la racconta) ciò che un paio d’autorevoli fonti dicono riguardo quest’ipotizzato complotto ai danni di Berlinguer. “L’attentato che non ci fu. Sono 14 anni che si parla del complotto ordito dal Kgb ai danni di Enrico Berlinguer per ucciderlo e non si trova una sola prova che questo progetto sia stato messo in atto dai servizi segreti sovietici”. Questo è l’incipit di un articolo riportato dal sito www.radioradicale.it il 16 luglio 2005, in seguito all’uscita del volume “Sofia 1973: Berlinguer deve morire”. “Il fatto sarebbe accaduto a Sofia il 3 ottobre del 1973 al termine della visita del segretario del Partito comunista italiano nella capitale bulgara” continua l’articolo, descrivendo in seguito la dinamica dell’incidente che face gridare tanti anni dopo all’attentato. Il fine ultimo della riflessione riportata su radioradicale.it è un ragionamento (sottoscritto da chi vi scrive) secondo cui, discutendo di fatti storici, ogni spunto potrebbe essere tutto ed il contrario di tutto. Nel caso in questione ancora di più, dal momento che nessuna traccia, nessun indizio (se non impressioni e testimonianze su cui è difficile mettere la mano sul fuoco) pare portare in direzione d’una verità piuttosto che di un’altra. “E’ lo stesso Vacca a spiegare nell’introduzione del libro che l’incidente automobilistico occorso a Berlinguer fosse in realtà un attentato non può essere documentato in modo incontrovertibile. Ma subito dopo, Vacca spiega che già all’inizio degli anni ’90, periodo a cui risalgono le prime rivelazioni da parte di Emanuele Macaluso, gli autori del libro verificarono la distruzione sistematica dei documenti che avrebbero potuto acclarare l’accaduto. In questo caso, la scomparsa di questi documenti non è mai stata tanto provvidenziale per due giornalisti che si apprestano a scrivere un libro. La tesi del libro è questa: l’attentato c’è stato, ma i documenti non ci sono”, continua l’articolo, la cui lettura consigliamo a quanti si fossero appassionati alla vicenda (http://www.radioradicale.it/scheda/185669/sofia-1973-berlinguer-deve-morire-intervista-a-f-fasanella). Ringraziamo per la cortese segnalazione il giornalista Andrea Lawendel di Radio Passioni, il quale ci ha segnalato anche un articolo simile, rintracciabile sul sito www.bulgaria-italia.com, nel quale, al termine di un excursus sui rapporti intrecciati Italia-Urss durante e dopo la “Primavera di Praga”, esprime la medesima perplessità circa la veridicità dell’attentato ad Enrico Berlinguer.
Concludendo, senza la pretesa di insegnare la storia a nessuno, occorrerebbe forse un maggior confronto dialettico tra parti che sostengono tesi opposte, o che ne promuovono con convinzione una piuttosto che un’altra, perché la storia non è la matematica ed a volte, quando meno ce lo si aspetta, ci si ritrova a sostenere tesi che si scopre in seguito essere del tutto sbagliate. (Giuseppe Colucci per NL)

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