L’editoria britannica divisa in due. Chi seguirà la strategia del Times?

La decisione di Rupert Murdoch di erigere un paywall (altrimenti detto valuegate) per l’accesso ai contenuti del Times online ha spaccato in due l’editoria britannica.

È stata pubblicata oggi un’interessante analisi sulla questione dall’Independent online, secondo cui ogni giornale reagirà alla questione in maniera sensibilmente diversa, e solo qualcuno di questi seguirà, almeno in un primo momento, i passi di Newscorp. Dal canto suo Murdoch ha tutto l’interesse che gli altri editori seguano i suoi passi. Come confermato dal consulente editoriale Jim Chisholm, “la ragione per cui Murdoch sta spingendo tutti (i quotidiani) a collaborare è perché basta un solo “rouge player” (letteralmente, una canaglia) perché la sua idea non funzioni”. Dove per rouge player s’intende chi non seguirà l’esempio di Newscorp. e proseguirà a offrire contenuti gratuitamente, mettendo così “in pericolo” la strategia del tycoon australiano. Il Guardian è, naturalmente, tra questi: convinto che l’informazione debba rimanere libera, il quotidiano anglosassone non ha intenzione di cambiare quella strategia – le notizie free – che gli ha permesso di guadagnarsi un audience da 33 milioni di lettori al mese. I lettori del Guardian, se mai dovessero pagare, lo faranno per applicazioni esterne al quotidiano, come per esempio accadrà a breve con iPhone. La pensa diversamente l’editore del Daily Mail, Mike Anderson, (peraltro ex-dirigente di Newscorp. prima, di Associated Press poi), secondo il quale internet non sarebbe più da considerare un nuovo media. “Il web è ormai maturo, sicuramente ben compreso e può essere pagato. Inoltre – commenta ancora l’editore del Daily Mail – non ha senso spendere milioni di dollari per fornire carburante per il motore di ricerca di Google”. Monetizzare gli accessi dei lettori per qualcuno rimane, quindi, fondamentale. Come per il Financial Times (FT), il cui periodico online conta già 121mila abbonati paganti. Ma ciò non basta. Come spiega l’a.d. Rob Grimshaw, “occorrerebbero almeno 800 milioni, se non un miliardo, di pagine viste al mese, per fare 50 milioni di sterline di pubblicità all’anno". E nel Regno Unito tale traguardo è raggiunto forse solo dalla BBC, per cui risulta ovvio proseguire nella ricerca di strategie a pagamento che vadano a sostenere gli introiti laddove stanno precipitando. Qualcuno invece sembra aver già trovato un suo modello di business redditizio: l’esempio è quello dell’Economist, che ha mantenuto le news gratuite, pur rendendo a pagamento l’accesso all’archivio online. Inoltre, The Economist sarebbe riuscito a trovare un accordo con Amazon per il lettore elettronico Kindle che gli permette di gestire abbonamenti coi lettori per circa 7 sterline al mese. Come previsto, le soluzione sono molte e diverse. Newscorp. ha parlato addirittura di una sorta di “ricarica a pagamento” che consentirà di visitare il sito per 24 ore, senza dover sottoscrivere abbonamenti di ogni sorta. Ma scegliere da che parte stare del muro (anzi, del paywall) è difficile, almeno quanto rischioso. Certo è che la stampa britannica pende dalle labbra dell’editore australiano, che sembra ormai capace di modificarne la storia oltre che di influenzarne le strategie economiche. (Marco Menoncello per NL)
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