“L’ultima radio”, il dramma della chiusura delle radio locali va a teatro

Tullio Solenghi impersona il conduttore di un programma che affonda insieme all’emittente che lo ospita, destinata alla chiusura per mancanza di fondi e di ascolti. Insomma, la fine segnata di gran parte delle ex radio libere


“L’ultima radio” è il dramma teatrale di un conduttore di una trasmissione talk travolta dalla chiusura dell’emittente che la ospita, una delle tante ex radio libere spinte alla decisione estrema dalla mancanza di fondi e di ascolti.
L’ultima radio espone la nottata di un conduttore cinquantenne fuori tempo (è legato ancora al vinile ed aborre le nuove tecnologie, rimanendo ancorato agli anni ’70, da cui proviene culturalmente) che deve chiudere dopo più di 500 trasmissioni. Interpretato da un magistrale Tullio Solenghi (foto), lo speaker coglie l’occasione per sfogarsi, ricordando fatti pubblici e privati, attendendo inutilmente le chiamate degli ascoltatori.

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Questo il comunicato stampa dello spettacolo pubblicato l’8 novembre da Non Solo Cinema, rivista online di informazione cinematografica e culturale, nell’ambito delle novità al teatro libero.

Ultima Radio

Quando chiedete alle persone se ascoltano la radio è facile che rispondano ’No’. Quando poi chiedete loro se,quando sono in macchina, tengono la radio accesa rispondono ’Sì’. Il fatto è che non l’ascoltano, ci stanno seduti dentro”.
La radio del protagonista deve chiudere per mancanza di fondi e di ascoltatori. Nell’epoca dove regna lo share e l’auditel (genialmente sbeffeggiato dall’ultimo hit di Caparezza) il nostro omino non riesce a stare al passo, nonostante il suo programma sia bello, interessante e onesto. Certo non ha la polemica indole del Bogosian di “Talk Radio” o l’impegno politico di Peppino Impastato, ma il suo è un programma. Allora come mai chiude?

L’intento dello spettacolo è proprio questo, di elevare la vicenda del protagonista al di là di una fenomenologia minimalista di ’fatterello’, renderla metateatrale, l’uomo è il protagonista della sua vita, del suo microcosmo, rappresenta il mondo di chi non ce la fa perché è troppo dura e se non ti sporchi le mani resti indietro. La telefonata che aspetta e che non arriva non è molto diversa da quella che aspetta la donna della Voix Humaine di Cocteau, rappresenta l’urlo disperato di tanta gente che vive una vita di speranza che non riesce a trovare il canale giusto per emergere anche un po’ dalla solitudine dalla desolazione e dalla globalizzazione imposta dal mondo occidentale. E come può dunque una piccola radio completamente auto gestita, per di più da una sola persona, andare avanti? Troppi cavi, antenne e satelliti hanno creato una macro produzione di eventi culturali mediatici dove una vecchia piccola Radio Libera ha una sola libertà: quella di affondare con tutta la nave nelle onde a modulazione di frequenza.

La scena scarna, quasi metafisica formata da un parallelepipedo di plexiglass, musiche prese dal repertorio della vita di tutti, senza mai banalizzarne il contenuto espressivo e anzi ricercando nomi meno noti ma forse per questo più incisivi e neutrali. La presenza di un attore della levatura di Tullio Solenghi fornisce continui spunti, come in un’improvvisazione continua e mai ovvia, per navigare nel testo di Sabina Negri i cui preziosi racconti forniscono schemi di un’era passata ma presente nel nostro ricordo del futuro che verrà.

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