Podcast nuova normalità: se protagonisti fiction scelgono podcaster e non più radio e TV per lanciare appelli, significa che mercato è maturo

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C’è un momento preciso e banale nella vita di tutti i giorni in cui si percepisce che un fenomeno socio-tecnologico ha smesso di essere considerato emergente ed ha fatto ingresso nella maturità di mercato.
Non lo certificano report, né metriche di crescita, ma le scelte comportamentali degli autori delle fiction.
Prendiamo il caso del podcasting: se i protagonisti di serie televisive nazionali di successo – cioè contenuti pensati per il grande pubblico di uno specifico territorio – scelgono di rivolgersi alla massa di quello stesso territorio non attraverso talk show radiofonici o televisivi, ma appoggiandosi ai podcaster più influenti, significa che il baricentro dell’attenzione del pubblico si è (già) spostato.
È successo anni fa negli Stati Uniti, dove il passaggio dai late show ai podcast di lungo formato è consolidato ed è accaduto nel Regno Unito, dove i podcaster hanno assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico. 
Ed ora lo si osserva anche in Italia, come evidenziato da recenti esperienze di promozione di fiction e contenuti seriali: il podcast non è più alternativa, ma elevato a canale primario di accesso ad un pubblico attento.

Il punto non è solo simbolico: è strutturale. Se l’autore di una serie video di successo sceglie un podcaster per far lanciare un appello al pubblico dal protagonista della fiction, anziché collocarlo nella classica ospitata televisiva o radiofonica di una trasmissione di successo, sta riconoscendo al podcasting una conseguita maturità, una acquisita rilevanza ed una capacità d’influenza presso un pubblico qualificato.

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Ridefinizione del valore dell’audience

Ed è qui che il sistema radiotelevisivo dovrebbe interrogarsi, perché questo spostamento non riguarda solo la promozione, ma la ridefinizione del valore dell’audience.
Come già evidenziato da analisi internazionali, il podcast sta rapidamente riducendo il gap con radio e tv lineari nei contenuti parlati. E quando il contenuto parlato – storicamente dominio della radio – migra altrove, il segnale è inequivocabile.

L’auto, ultimo fortino (ma per quanto?)

Per decenni, la radio ha avuto un dominio incontrastato: l’ascolto in auto, un presidio quasi naturale, fondato su semplicità d’uso, immediatezza e gratuità. Ma questo dominio non è più assoluto.

La colonizzazione del cruscotto

Prima è arrivata la musica in streaming, con Spotify in posizione di crescente prominence sui cruscotti delle auto connesse. Poi è stato il turno degli assistenti vocali e delle interfacce proprietarie delle big tech.

Dal mezzo al messaggio

Oggi, il rischio per i broadcaster è più sottile ma forse più pericoloso perché si sposta dal sistema di fruizione dei contenuti al medium: il podcasting sta entrando silenziosamente anche nell’abitacolo.

Il condizionamento delle big tech

Google ed Apple non si limitano più a distribuire contenuti, ma orientano le scelte di fruizione attraverso shortcut, suggerimenti e integrazioni native. Il risultato è un cambiamento progressivo delle abitudini: non più “accendo la radio in auto”, ma “scelgo consapevolmente cosa ascoltare”. E in questo banale passaggio semantico si gioca il futuro del mezzo.

Il paradosso italiano: consapevolezza bassa, cambiamento alto

In Italia, il fenomeno è spesso sottovalutato: si continua a considerare il podcast come un’estensione del lineare, una forma di catch-up utile a valorizzare i contenuti già prodotti. Ma questo approccio è insufficiente: il podcast non è riproposizione o distribuzione alternativa di un contenuto live: è linguaggio, ritmo, profondità narrativa, relazione diretta con l’ascoltatore in forma nativa on demand.

Oltre il clock

È un ambiente dove il tempo non è scandito dal clock radiofonico, ma dall’interesse del pubblico.

Uscire dal pensiero lineare

E mentre la radio italiana continua a rifugiarsi nella solidità del lineare, il pubblico – anche quello più adulto, come evidenziato da analisi recenti riprese da NLsperimenta e migra verso forme di ascolto più flessibili e personalizzate.

Il rischio di restare prigionieri del palinsesto

Il vero problema non è tecnologico: è culturale: molti editori italiano faticano ad abbandonare schemi lineari ormai anacronistici, continuando a pensare in termini di flussi, orari e segmentazioni che il pubblico ha già superato.

Strategia difensiva

Il catch-up, pur utile per massimizzare gli sforzi produttivi adottati per il lineare, rappresenta solo una strategia difensiva: consente di recuperare ascolti, ma non di intercettare nuove modalità di consumo (il catch-up è figlio del lineare).

Radio e podcast: tempi diversi

Nel frattempo, il podcasting cresce proprio perché offre ciò che la radio non sempre riesce più a garantire tempo, profondità, autenticità e libertà di fruizione.

Non è una guerra di mezzi, ma di modelli

Ridurre il fenomeno ad una competizione tra radio e podcast sarebbe un errore. La vera frattura è tra due modelli: da un lato, il flusso lineare imposto dall’editore (verso il quale l’utente ha solo il potere consuntivo di cambiare stazione); dall’altro, la scelta individuale dell’ascoltatore (che presuppone una sua scelta preventiva).

Il confine tra attivo e passivo

Il podcast vince quando intercetta questa seconda dimensione; la radio resta forte quando riesce a presidiare momenti di ascolto “passivo” o di compagnia. Ma il confine tra queste due modalità si sta assottigliando rapidamente.

Il tempo delle decisioni (non delle analisi)

La radio italiana ha ancora asset fondamentali: brand forti, capacità produttiva, relazione storica con il pubblico. Ma non può più permettersi di attendere e osservare. Continuare a crogiolarsi in modelli lineari, confidando nella resilienza del mezzo, significa ignorare segnali ormai evidenti: il pubblico sta già scegliendo altrove.

L’utente quando cambia abitudini non torna indietro

Quando vediamo che i protagonisti delle fiction scelgono i podcast per parlare al grande pubblico, il cambiamento è già avvenuto. Quando il podcast entra in auto, l’ultimo fortino della radio inizia a incrinarsi: il pubblico – anche quello tradizionalmente fedele – sperimenta nuove forme di ascolto e non torna indietro.

Capacità evolutiva

La domanda, allora, non è se la radio sarà sostituita. Ma se saprà evolversi abbastanza rapidamente da restare centrale in un ecosistema che non è più lineare.

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