Radio digitale, insuccesso da licensing. Piggot (ex GCap) sulla contesa DMB/DAB+: evitate il primo, costoso e impegnativo

A volte i diritti di IPR, intellectual property, sono frantumati in una complessa macedonia di rights holders (vedi il caso MPEG). Cosa che inevitabilmente finisce per pesare sui margini di chi progetta, costruisce e vende i dispositivi end-user


da Radio Passioni

Lucido come sempre Nick Piggot sul suo blog parla di un aspetto spesso trascurato della questione costi riferita alla radio digitale. Non dimenticate, scrive l’ex responsabile di GCap, che ogni volta che avete a che fare con qualche codifica audio o modulazione digitale, possono entrare in gioco i costi per l’acquisizione delle licenze relative a tecnologie che di solito sono proprietà di istituzioni come il Fraunhofer. A volte i diritti di IPR, intellectual property, sono frantumati in una complessa macedonia di rights holders (vedi il caso MPEG). Cosa che inevitabilmente finisce per pesare sui margini di chi progetta, costruisce e vende i dispositivi end-user.
E’ uno spunto da non dimenticare, è vero, ma non credo che sia così determinante in questo senso. Anche chi oggi costruisce una radio basata su una manciata di chip ha il suo BOM, il bill of materials. Se deve aggiungersi una sterlina di licenza, le cose non cambiano, sempre di BOM si tratta. Piggot però invita a guardarla anche da un’ottica diversa. Se tu sei un costruttore di radio e dai normali canali al dettaglio incassi un margine, poniamo di un dollaro, stai ben attento: potresti guadagnare di più vendendo non i dispositivi finali, ma la licenza sulle tue tecnologie. Cosa che forse spiega perché in giro c’è tanta bella tecnologia per costruire radio digitali e pochissime – e quando dico pochissime, intendo dire pochissime – radio digitali! E spiegherebbe anche perché a favore della radio digitale c’è una lobby fortissima che controlla la IPR ma guarda caso non riesce a risolvere il problema dei terminali. In compenso, se guardiamo a un altro comparto dell’elettronica digitale, di lettorini MP3 messi insieme con chipset da mezzo dollaro e IPR da due dollari ce ne sono milioni, si vendono per 30, 40 dollari, danno margini molto risicati, ma intanto ci sono. E dov’è la differenza, visto che anche qui parrebbe molto più conveniente far nu brevetto e sedersi ad aspettare gli incassi dalla licenza? Nel fatto che ai lettori MP3 sono interessati tutti. Della radio digitale invece non gliene frega niente a nessuno, in totale assenza di contenuti di rilievo e a fronte dell’incredibile carenza di ricevitori.
Piggot aggiunge anche interessanti considerazioni sull’apparente contesa tra DMB e DAB+. Il primo costa molto ed è impegnativo, il secondo più flessibile e radio-oriented. Evitate il DMB come la peste, avverte.

Follow the money

What isn’t widely understood is how money flows around the business of consumer electronics these days. You might think that a manufacturer makes money through retail margins – selling radios at a price higher than it cost to produce them. That’s certainly true, but the economics of the last decade or so have eroded retail margins to be incredibly slim. You don’t make much money simply by selling radios.
One of the issues that is new to radio people is IPR – Intellectual Property Rights. IPR represents some “cleverness” that a company (or group of companies) has thought up to make technology work better/cheaper or both. Legally, they “own” that idea or process, and they can choose to licence it to third parties. A modern consumer electronics device (like an MP3 player) may have IPR from twenty or thirty companies in it, and everyone of those companies is entitled to a licence fee. There has recently been a case where consignments of MP3 player have been seized because the manufacturers have not been paying the IPR for using the MP3 technology.
Here’s a specific example: To enable DAB+ or DMB requires an audio encoding technology called HE AAC, combined with a technology called SBR (Spectral Band Replication). These two technologies cost €1.60 and €0.15-€0.20 to licence per receiver respectively. So every DAB+ or DMB enabled receiver generates €1.80 to those companies who own the IPR rights. Multiply that across every radio sold in the world, and that’s a substantial amount of revenue. Put it another way, if you sell a DAB+ radio for €20, as a manufacturer you might get €0.50 from the retail margin, but as an IPR licensee you might make €1. Making radios is not as profitable as making the technology to go into radios.
But here’s an interesting thing. A DMB device also needs another technology called MPEG II Transport Stream. That adds another $0.50 per device. So a DMB device automatically has a higher cost, even if it only ever decodes audio. And there’s another $0.50 per device flowing to an IPR holder (or group) somewhere.

So who owns this IPR?

It’s not always clear who benefits from these extra licensing fees. But it does stand to reason that the companies who have IPR rights in a particular technology will be those companies most enthusiastic about promoting it and getting it widely adopted. And boy, there’s no wider adoption than radios. (100m radios in the UK alone – only 70m mobile phones). It’s a vast vast opportunity. If you’re an IPR holder, even if it’s only a total of €0.10 per device, you could be looking at millions and millions of Euro in licence revenues for decades to come – just by persuading someone to use your technology.
(continua)

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