Radio. Effetti imprevisti crisi: ritorna creatività anni ’80 e si preannuncia ripresa anzitempo investimenti pubblicitari

Come era accaduto per la new economy, dopo la sbronza dei soldi facili con la compravendita di impianti, gli editori si rimboccano le maniche. E, dopo molto tempo, escono nuove interessanti idee


La crisi finanziaria ha portato seco alcuni inattesi effetti secondari positivi.
Il primo è un aumento della creatività in ambito radiofonico: passata l’ubriacatura dei facili guadagni conseguiti attraverso la mera speculazione sulle compravendite impiantistiche (quel tipo di mercato è pressoché completamente fermo), che aveva reso poco propensi gli editori ad approfondire ipotesi di guadagno più complesse, si scorge un ritorno alla creatività settoriale tipica degli anni ’80 (fino alla metà dei ’90). Interessante, a tal riguardo, è l’affermazione della inusuale dicotomia “fornitore di contenuti/operatore di rete” in ambiente analogico. Si cominciano a proporre, infatti, sul mercato radiofonico produttori di contenuti radiofonici integrali (nel senso di completi) interessati a veicolarli su strutture editoriali esistenti, sia attraverso la formula del franchising che dell’affitto aziendale, entrambe codificate dal nostro ordinamento giuridico e quindi pienamente lecite. E’ chiaro che, sotto il profilo giuridico, la separazione tra content e network provider in ambiente analogico è meno netta e più sfumata rispetto a quella tipizzata del digitale e necessita di particolari preventive impalcature negoziali, ma il risultato è lo stesso: conciliare due ruoli che la tecnica ed il mercato vogliono (più del legislatore) separati. D’altro canto, un approccio di questo tipo al mercato consente anche a grandi gruppi di testare la bontà della propria idea editoriale senza impegnarsi in investimenti multimilionari al buio e ad imprenditori radiofonici interessati a mettere a reddito l’infrastruttura di sviluppare soluzioni di business alternative senza dover abdicare all’attività editoriale in senso stretto con la mera alienazione dell’azienda.
Il secondo effetto insospettato è che la crisi porterà nel primo semestre di questo anno il 60% delle società italiane commerciali ad investire di più (rispetto al 2008) in pubblicità su Internet, tv e soprattutto radio.
Insomma, pare che, ancora una volta, non tutti i mali vengano per nuocere.

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