Radio, RAI: non è inginocchiando le private col bastone della P.A. che si risolleveranno gli ascolti

La RAI, col supporto degli ispettorati Territoriali del Ministero dello Sviluppo Economico, sta partendo con una nuova offensiva contro le emittenti private, colpevoli (a suo dire) di sporcare le proprie emissioni in FM e quindi responsabili dell’inarrestabile crollo dell’audience delle reti pubbliche nelle graduatorie d’ascolto.

Ma è veramente questa la fonte della disaffezione del pubblico dai programmi della concessionaria pubblica a favore delle varie RTL 102,5, Radio 105, RDS, ecc.? A confortare la nostra netta opposizione all’ennesima assurda caccia alle streghe che si sta per porre in essere è sceso in campo anche Carlo Rognoni, giornalista e presidente del Forum del PD per la riforma del sistema radiotelevisivo. In un pezzo pubblicato oggi, Rognoni osserva come il problema del recupero di ascolti delle radio RAI sia "molto più complesso" di come lo si vorrebbe porre. "La radio – così come la carta stampata – sta pagando un prezzo molto alto alla rivoluzione digitale", scrive l’esponente PD. "Oggi un giovane che voglia ascoltare musica e avere relazioni sociali non accende la vecchia radio, ma si collega direttamente alla rete. E dunque o la radio fa la scelta strategica di andare sulle piattaforme digitali dove stanno i giovani, e sviluppa applicazioni ad hoc, o rischia la progressiva e lenta emarginazione. La radio Rai dunque non solo deve vedersela con un mercato molto più competitivo della televisione, dove lottano per il primato grandi gruppi editoriali, da Mondadori a Rcs al gruppo Espresso-la Repubblica, ma deve vedersela con un cambiamento epocale nei consumi dei media. Ha ancora senso una radio all news come avrebbe dovuto essere Radio1? I contenuti ormai li trovi dove vuoi. Servono gli approfondimenti, servono le curiosità, servono le opinioni, non solo le notizie nude e crude. Oggi le edizioni principali dei gr sono troppo lunghe. E visto che la radio è sempre di più un media in movimento per ascoltatori che non stanno fermi, c’è bisogno di notizie rapide, di continue informazioni, di aggiornamenti veloci". A riguardo delle frequenze, Rognoni stigmatizza sì "una carenza delle frequenze necessarie a una adeguata diffusione del segnale" (in particolare per quanto riguarda la "copertura di tutta la rete autostradale"), ma la annota come una condizione cronica e non certamente sopravvenuta. Che è poi quello che qui abbiamo sempre scritto: il problema non è la presenza delle emittenti private (la cui colpa, semmai, è quella di operare in regime di assenza di un Piano di assegnazione delle frequenze analogiche a causa della ingiustificabile inottemperanza di MSE e Agcom verso precise disposizioni normative), ma il fatto che la progettazione delle reti RAI (per allocazione di siti e layout impiantistici) è avvenuta in epoca remota, quindi in una condizione oggi anacronistica. Altro aspetto controverso e non mai adeguatamente affrontato è, secondo Rognoni, se sia "giusto o no riconoscere alla radio una sua specificità organizzativa e un’autonomia gestionale rispetto alla televisione". La soluzione minima "sarebbe quella di costituire un’apposita divisione dotata di autonomia editoriale, organizzativa e finanziaria. Insomma l’idea di una "societarizzazione" della radio non è poi così peregrina. Se lo switch off della televisione si è concluso nel 2012, di quello della radio nessuno parla". Insomma, la caccia al presunto untore interferenziale non porterà nessun vantaggio alla RAI e l’unico risultato concreto conseguito sarà quello di ingolfare i tribunali amministrativi di procedure giudiziarie costose e dispendiose per tutti e, soprattutto, di inginocchiare ulteriormente il comparto radiofonico privato. Cioè uno dei rari settori mediatici che vive pressoché esclusivamente di luce propria, con immane coraggio ed indicibili sacrifici, contando sulle proprie esclusive forze commerciali per fronteggiare una spaventosa crisi economica sotto una pressione burocratica (che in qualche caso sembra sfociare nell’accanimento persecutorio) che non ha pari in Europa e forse nel mondo. Altro che sovvenzioni statali: quello che le radio chiedono sarebbe semplicemente di essere messe in condizione di poter lavorare! (M.L. per NL)
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