Tv, DTT: la lettera dell’Ue, la transizione al digitale e il modello Sardegna

La lettera delle commissarie Ue Reding e Kroes al Governo pone più di un problema al modello scelto dall’Italia per la transizione al digitale terrestre. Tanto che sarebbe il caso di ripensarlo, rallentando la marcia (ma non si farà)


Media 2.0 il blog di Marco Mele (Il Sole 24 Ore)

Ai nuovi entranti, dice la lettera, vanno attribuite frequenze «per non meno di cinque multiplex DVB-T aventi copertura nazionale». Prima domanda: in Sardegna lo switch off è avvenuto senza che si verificasse tale condizione. E ora?

La lettera segnala come i documenti inviati dalle autorità italiane (finora secretati) non eliminano l’eventualità che tali frequenze vadano gli incumbents, che hanno beneficiato di un “diritto speciale” nel previgente regime giuridico. Si tratta della proroga del regime transitorio analogico post-legge Maccanico: ma il “diritto speciale” non è vietato dalle norme europee? Perché la commissione non è intervenuta prima?

Secondo le due commissarie, in ogni caso, vanno individuati criteri obiettivi «per escludere de facto» le imprese incumbents dalla procedura di gara. Come? Si indica un criterio preciso: introdurre un tetto basato sul numero totale delle frequenze (multiplex) che ciascun operatore di rete può avere. Lo aveva proposto, invano, Giuseppe Tesauro, quand’era presidente dell’Antitrust, durante l’approvazione della Gasparri. Tale limite dev’essere «proporzionato» e non superabile con nuovi diritti d’uso.
Non solo: si individua anche il tetto, equivalente al numero massimo di frequenze (multiplex) che, allo switch off, siano nella disponibilità dell’incumbent con il più alto numero di frequenze/multiplex.

Una frase che andrebbe chiarita: per frequenze/multiplex s’intende solo quelle digitali al momento dello switch off? Allora il tetto richiesto sarebbe equivalente ai tre multiplex di Mediaset, compreso quello per la tv mobile (la lettera parla però di DVB-T e non di DVB-h, per la gara dei cinque multiplex per i nuovi entranti). La Rai ne ha due e potrebbe avere un altro multiplex.

Domanda chiave: in Sardegna Rai e Mediaset hanno frequenze per sei multiplex a testa. Le commissarie lo sanno? Dovrebbero. O passa l’interpretazione che le frequenze sono anche quelle occupate in analogico (diritti speciali compresi?) e allora il limite sale a cinque o sei per Mediaset. Sembra un’interpretazione piuttosto forzata. Il Governo, poi, sembra volere addirittura consentire a chi ha sei multiplex di partecipare alla gara per gli altri cinque…

Il tutto quando stanno per arrivare al digitale regioni ben più complicate della Sardegna. Il Lazio, ad esempio, per le possibili interferenze con le trasmissioni regionali della Francia in Corsica, da risolvere nella trattativa bilaterale in corso. Il Piano nazionale post-Ginevra 2006 non c’è ancora, in Sardegna si è fatto senza.
E ancora: è possibile continuare sul modello “Sardegna”, quello del tavolo tra operatori e istituzioni nel quale, in sostanza, si tratta sulla spartizione dell’uso delle frequenze, quando, alla fine della lettera, Reding e Kroes, ricordando la questione di Europa 7 ricorda che i principi stabiliti dalla Corte di giustizia nella sentenza del 31 gennaio 2008 possono essere fatti valere anche per l’assegnazione delle frequenze digitali. Ci si attaccherà a quel “possono”?

Non sarebbe il caso di rallentare la transizione per farla sulla base del Piano di assegnazione rivisto dopo Ginevra e delle trattative bilaterali in corso? E se la Francia dovesse chiedere 20 canali oggi in uso dalle emittenti del Lazio, che si fa? E, poi, ci sono cinque frequenze da mettere in gara per ciascuna regione, tenendo conto che 1/3 va assegnato per legge alle tv locali? E il dividendo digitale per i servizi di Tlc? L’Italia pensa davvero di destinarlo tutto alle sue televisioni?

Sarebbe il caso di rallentare, senza fermarsi però nella pianificazione nazionale e regionale ma per evitare un ennesimo consolidamento del mercato, perché le tv minori potrebbero essere costrette a gettare la spugna o a scomparire all’interno di consorzi.

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