Dalla crescita “a tutti i costi” al rigore finanziario: il 2025 segna per Spotify un cambio di paradigma che migliora i conti ma apre interrogativi sulla tenuta futura del modello. Adv al centro delle riflessioni.
Sintesi
Nel 2025 Spotify ha avviato una svolta strategica, affiancando alla crescita di utenti e abbonati un più deciso controllo dei costi.
I primi tre trimestri la piattaforma hanno mostrato un percorso non lineare: un avvio d’anno molto positivo, un secondo trimestre con tensioni sui conti ed un terzo che ha segnato il ritorno a una forte redditività, mentre le previsioni sul quarto trimestre rafforzano l’immagine di un anno di transizione verso la sostenibilità.
Restano però criticità strutturali, in particolare sulla debolezza della pubblicità, sulla monetizzazione di podcast e audiolibri e sulla dipendenza dal segmento premium.
Il 2026 sarà l’anno decisivo per capire se l’equilibrio raggiunto potrà consolidarsi in modo duraturo, giungendo a quella stabilità strutturale necessaria per sostenere la base di un gigante ancora instabile.
I segnali del 2025
Nel 2025 Spotify ha dato segnali chiari di voler cambiare passo: non più soltanto crescere in termini di utenti ed abbonati, ma dimostrare di poter rendere sostenibile nel tempo un modello industriale che, per anni, è stato giudicato sbilanciato sulla scala più che sulla redditività.
L’analisi dei primi tre trimestri e la simulazione del quarto restituisce l’immagine di una piattaforma che ha imboccato la strada del rigore finanziario, ma che si trova ora davanti a nuove sfide strutturali. Tutt’altro che risolte.
Il primo trimestre 2025 di Spotify
Nel primo trimestre del 2025, Spotify ha registrato un forte aumento dei ricavi totali, che hanno raggiunto circa 4,06 miliardi di euro (in crescita del 15% anno su anno), a fronte di 268 milioni di abbonati Premium (+12% Year over Year) con 678 milioni di utenti attivi mensili ed un utile operativo che ha toccato i 509 milioni di euro, segnando un inizio d’anno molto positivo.
Il secondo trimestre 2025
Il secondo trimestre 2025 ha rappresentato bene la fase di transizione che abbiamo enunciato in apertura: da un lato, Spotify ha continuato ad ampliare la propria base, con quasi 700 milioni di utenti attivi mensili (MAU) ed oltre 276 milioni di abbonati premium (+12% YoY) confermano una leadership globale difficilmente scalfibile.
Tensioni sui conti
Dall’altro, i conti mostrano però ancora tensioni, con una perdita di 86 milioni di euro (a fronte di 4,2 mld di euro di ricavi totali, in aumento del 10%) e risultati inferiori alle aspettative degli analisti. La crescita dei ricavi, pur significativa, non è stata sufficiente a compensare costi operativi ancora elevati, legati in particolare al personale, al marketing ed ai servizi professionali. Un segnale che suggerisce come la scala, da sola, non garantisca automaticamente l’equilibrio economico.
Il terzo trimestre 2025
È tuttavia nel terzo trimestre che è emersa la discontinuità.
I ricavi sono saliti a 4,3 miliardi di euro (+12% a valuta costante) e l’utile operativo ha toccato i 582 milioni, segnando un punto di svolta nella narrazione finanziaria della piattaforma. La combinazione tra aumento degli abbonati (281 mln premium, pari a +12% YoY e 700 mln totali), pricing più incisivo in alcuni mercati maturi e controllo dei costi ha prodotto un miglioramento sensibile dei margini.
Adv area di potenziale criticità
Tuttavia, proprio questa dinamica ha sottolineato meglio una prima area di potenziale criticità: la redditività appare ancora fortemente dipendente dalla capacità di contenere le spese. Se la crescita futura dovesse richiedere nuovi investimenti aggressivi – in contenuti, tecnologia o acquisizione di talent – la tenuta dei margini potrebbe essere messa sotto pressione.
Il quarto trimestre 2025
Le previsioni per il quarto trimestre 2025, le cui anticipazioni rivelano un ulteriore aumento di utenti, abbonati e utile operativo atteso, rafforzano l’immagine di un anno di svolta. Ma proprio per questo alzano l’asticella delle aspettative.
Il 2026
Il 2026 rischia quindi di diventare l’anno della verifica: se la crescita continuerà a essere sostenuta soprattutto dall’efficienza interna e meno dall’espansione dei ricavi pubblicitari, il modello potrebbe mostrare limiti strutturali nel medio periodo.
L’offerta
Sul piano dell’offerta, Spotify sta progressivamente ampliando il perimetro oltre la musica, puntando su podcast ed audiolibri come leve di differenziazione e di aumento del tempo di fruizione. I dati sugli audiolibri indicano una crescita rilevante di ascoltatori e ore consumate, soprattutto tra il pubblico più giovane.
Segnali incoraggianti
È un segnale incoraggiante, ma anche qui la monetizzazione resta una variabile aperta. La domanda che il mercato si porrà nel 2026 non sarà tanto se questi formati funzionano sul piano editoriale, quanto se riusciranno a generare ricavi proporzionati agli investimenti necessari per svilupparli e sostenerli.
Pubblicità: area di possibile futura fragilità
La vera area di fragilità, in prospettiva, rimane però la pubblicità. Nel secondo trimestre i ricavi adv risultano in lieve calo, un dato che, pur non allarmante in sé, assume un peso simbolico. Per una piattaforma che ospita una quota crescente di consumo audio gratuito e che investe molto sui podcast, l’advertising dovrebbe rappresentare il naturale motore di valorizzazione di questi contenuti.
Dipendenza eccessiva dal segmento premium in assenza di bilanciamento adv
Il rischio, se questa componente dovesse rimanere debole o volatile, è quello di accentuare una dipendenza eccessiva dal segmento premium, con conseguente esposizione a fenomeni di saturazione o resistenza agli aumenti di prezzo.
Equilibrio delicato
In prospettiva, Spotify si trova quindi davanti a un equilibrio delicato: da un lato, la piattaforma ha dimostrato di poter generare utili significativi e di saper governare una base utenti enorme; dall’altro, restano aperte questioni cruciali: la sostenibilità di una strategia basata su continui aumenti di prezzo, la capacità di monetizzare pienamente podcast ed audiolibri, la tenuta del mercato pubblicitario audio in un contesto macroeconomico incerto. E, non ultimo, il rischio che nuovi investimenti in tecnologia ed intelligenza artificiale riaccendano la pressione sui costi.
La piena stabilità strutturale rimane ancora un obiettivo
Il quadro che emerge è quello di un player leader che ha superato la fase dell’espansione incontrollata, ma non è ancora approdato a una piena stabilità strutturale. Per l’industria dei media, e in particolare per il comparto audio, Spotify resta un laboratorio avanzato: ciò che funzionerà – o non funzionerà – nel suo modello economico nel 2026 offrirà indicazioni preziose su quanto l’audio digitale possa davvero trasformarsi, in modo duraturo, in un business maturo e resiliente. (E.L. per NL)




































