Continua la protesta contro l’emendamento “regala frequenze” (a un solo soggetto) recentemente approvato nell’ambito della discussione parlamentare

La faccia di bronzo di un Centro-sinistra che, senza ritegno, promuove norme ad personam, mortifica e avvilisce l’imprenditoria televisiva italiana e allontana a gambe levate gli investitori esteri


La FRT (Federazione Radio Televisione) sul proprio bollettino del 31/08 ha dedicato ampio spazio all’approvazione alla Camera, il 1° agosto scorso, di un emendamento all’articolo 3 del d.d.l. Gentiloni che ridistribuisce con precisione chirurgica il bottino del pianificato saccheggio radioelettrico.
L’emendamento contestato dalla FRT mantiene inizialmente l’originaria formulazione secondo cui le frequenze analogiche recuperate dopo il passaggio obbligato di una rete Rai e Mediaset al digitale o su un altro mezzo trasmissivo dovranno essere assegnate attraverso procedure pubbliche imparziali” – scrive l’associazione romana – “Preliminarmente” però (ed è questa la novità) andranno “fatti salvi i diritti acquisiti” da parte di due tipologie di soggetti: chi ha ottenuto la concessione nazionale nel luglio 1999, ma non trasmette per mancanza di frequenze e chi, pur trasmettendo, non raggiunge “la copertura dell’80% del territorio e di tutti i capoluoghi di provincia”. Chiaro il riferimento della FRT a quella emittente – con l’ambizione terzopolista certificata, fin dal nome, dalla pretesa di collocarsi ad un punto preciso del telecomando, dopo le reti dei due poli da contrastare – che, destinataria di una concessione sulla base di una graduatoria delle intenzioni – che al tempo aveva ridicolizzato l’Italia agli occhi dell’Europa e non solo – non aveva potuto iniziare a trasmettere perché al titolo giuridico non aveva fatto seguito l’assegnazione delle frequenze di una Retequattro (e di una Raitre) che si voleva esiliare nello spazio quando ancora gli italiani chiamavano padelle quelle rare rotondità che sbiancavano solo su ville e palazzoni di prestigio. Poco rilievo e risonanza ebbe, all’epoca, la circostanza che nella condizione di quella che sarebbe stata appellata “La rete nazionale fantasma” (anche perché, poi, il numero baldanzosamente adottato in logo sarebbe risultato inflazionato, sicché confondibile e infatti confuso con quello di reti “reali” che già trasmettevano o avevano preso a trasmettere) si trovavano molti altri editori locali che, tuttavia, senza bisogno di piagnistei ed elemosine politiche avevano, obtorto collo, successivamente messo mano al portafoglio e, con sacrosanto spirito imprenditoriale, acquisito dagli aventi titolo (i soggetti già operativi) gli impianti necessari alla effettiva trasmissione. Ma la “Televisione virtuale” – o meglio le due tv fantasma, perché poi il vincitore della gara avrebbe avuto “giustizia” anche per la seconda emittente richiesta – con ambizioni continentali in logo, no: lei le frequenze le voleva assegnate dallo Stato, cioè da noi cittadini (quale controprestazione saremmo poi stati chiamati a partecipare alla distribuzione degli improbabili utili?), cioè gratis, perché era un suo diritto (vero, ma non solo suo. Di tutti gli editori destinatari delle concessioni, nazionali e locali); d’altra parte l’editore aveva effettuato, pardon, assicurato (sic!), grandi investimenti. Qualora avesse iniziato le trasmissioni. Capito? Come dire: regalatemi una rete nazionale e poi vi faccio vedere io che televisione sono in grado di fare! Roba de matt, disan a Milàn. “In tal modo si sono incredibilmente riconosciuti “diritti acquisiti” palesemente inesistenti in un caso e del tutto ingiustificati e comunque ingiustificabili nel secondo, in palese dispregio delle più elementari norme costituzionali” – prosegue FRT – “L’inserimento nel 1999 tra i concessionari di un’emittente non operante a livello nazionale – peraltro sulla base di un disciplinare molto sbilanciato nell’attribuire i punteggi premiali alle dichiarazioni sugli intenti futuri – attribuiva a quest’ultima (come a tutti peraltro) esclusivamente un diritto a trasmettere con le frequenze in uso o eventualmente acquistabili, e non altro”. Spesso, su queste pagine, abbiamo criticato alcune prese di posizione della FRT, associazione che ci pare abbia qualche difficoltà a perorare con determinazione e senza imbarazzo la causa delle emittenti locali, vista l’ingombrante presenza in pectore del gruppo Mediaset; tuttavia, in questo caso, approviamo senza indugio la sua indignazione verso quello che è uno schiaffo sonoro a tutti gli imprenditori, soprattutto, anzi, quasi esclusivamente locali, che con immani sacrifici hanno fatto televisione fino ad oggi. “Considerare poi come diritto acquisito il non coprire l’80% del territorio nazionale (e perché non riconoscerlo anche a chi ha insufficiente copertura a livello locale?) vuol dire attribuire un singolare privilegio ad emittenti nazionali che, al contrario di altri, hanno volutamente rinunciato a investire nell’acquisto di frequenze e che per questo, si vorrebbero doppiamente premiare”, conclude in maniera più che convincente il comunicato FRT.
Avevamo capito pressoché da subito che il ministro Gentiloni non sarebbe passato alla storia radiotelevisiva, vista la gestione palesemente improvvisata del delicato dicastero che era stato chiamato a dirigere, la cui deriva, dopo una serie di pastrocchi organizzativi elaborati con rara abilità pasticciera, è sotto gli occhi di tutti (peraltro, crediamo sia l’unico ministro alle Comunicazioni della storia della Repubblica dotato di un Ufficio stampa non comunicante…). Bene, adesso non solo abbiamo la conferma che il suo d.d.l., semmai diverrà legge (e se lo sarà rimarrà, con ogni probabilità, poco prestigiosamente appellata in modo univoco col relativo numero e non in alternativa al nome del ministro proponente, come per le grandi discipline di settore), sarà una cura peggiore di quel Gran Male che, con poca modestia terapeutica, vorrebbe curare, ma anche – e ciò è ben più inquietante – che la “Casta” ha iniziato a figliare.

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