Convegno sulla libertà di stampa a Budapest: i giornalisti locali dichiarano di non aver paura. Ma l’allarme arriva dai media internazionali

Si è tenuto ieri sera, presso il palazzo Ybl, a Budapest, un convegno promosso da Common Sense Society, organizzazione non governativa che si occupa di promuovere la cooperazione e l’impegno pubblico tra i cittadini ungheresi, grazie alla collaborazione con numerose università, imprese ed enti pubblici, e alla pianificazione di eventi e simposi su temi legati all’impegno civile.

Il tema dell’incontro – dal titolo “Is freedom of speech threatened in Hungary?” (E’ a rischio la libertà d’espressione in Ungheria?) – era, ovviamente, quello più sentito, quello di cui più si parla nelle ultime settimane nella capitale danubiana: la nuova legge liberticida di controllo sui media nazionali. All’incontro, aperto al pubblico e alla stampa internazionale, hanno partecipato esponenti del mondo del giornalismo, docenti universitari, un commissario del Consiglio d’Europa, un consulente della Corte Costituzionale e un rappresentante della neonata e tanto discussa Commissione nazionale su Media e Telecomunicazioni. La discussione ha avuto come fulcro, oltre alla costituzionalità della nuova legge e alla sua aderenza ai parametri europei (esperti dell’UE stanno vagliando eventuali punti di disaccordo con le direttive internazionali), i  cambiamenti reali, e non teorici, che questa porterà – o potrebbe portare – nel comportamento dei media in relazione con il governo centrale. Come scritto in precedenza sulle pagine di questo periodico, Fidesz, il partito di governo (che occupa i due terzi del Parlamento) ha “venduto” la legge ai propri cittadini come una misura atta a proteggerli, sia dall’influenza dilagante delle culture straniere, sia dallo shock e dalle “depressione” che immagini e notizie cruenti, di omicidi e quant’altro possono provocare tra la popolazione. “E’ incredibile, nessun Paese lo fa”, ha esclamato ieri il professor Mihály Gálik, ordinario di Scienze Sociali all’Università Corvinus, la più prestigiosa del Paese. E’ un po’ come fare un salto indietro nel passato, ai tempi del socialismo, in cui il governo si assumeva l’“onere” di “proteggere” i propri cittadini da influenze esterne che potessero comprometterne il quieto vivere. Eppure l’attuale governo, sulla carta, è ultraconservatore: ma cancellare il passato dalla cultura di un Paese è operazione non semplice e lineare. “A livello formale nella legge non c’è nulla di errato – ha proseguito Gálik – ma il concetto che arriva alla gente è che sia il governo a controllare i media, mentre in una democrazia dovrebbe prevalere l’assunto contrario”. “E’ inesatta l’idea – ha ribattuto György Ocskó, esponente della Commissione – che ogni regolamentazione equivalga a una limitazione. Fermo restando che Bruxelles sta già esaminando il testo e, se dovessero esserci punti di contrasto con la normativa europea, li modificheremo”. Ocskó ha poi dichiarato che molti Paesi centroeuropei, come Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia e Romania, stanno vagliando la legge ungherese perché interessati a introdurre misure simili nella propria legislazione. Ragione in più, diciamo noi, perché  l’UE agisca, prima che questa legge costituisca un pericoloso precedente europeo. Proprio Bruxelles era rappresentato, nella corso della tavola rotonda, da Andris Mellakauls, commissario governativo del Consiglio d’Europa, con delega ai Media e ai nuovi mezzi di comunicazione. Mellakauls ha precisato che, secondo le direttive del Consiglio d’Europa, una legge di regolamentazione del sistema informativo, in ogni Paese, per essere accettata dall’UE, debba rispettare tre parametri fondamentali: la richiesta di un intervento da parte della società civile, la necessità di un ammodernamento del sistema e la proporzionalità delle poltrone negli eventuali organismi di controllo (in tal caso, Fidesz dovrebbe occupare solo i due terzi delle poltrone in Commissione). La legge ungherese non rispetta alcuno di questi parametri. Ciò non toglie, ha proseguito il commissario UE, che vi siano altri casi di Paesi europei che hanno limitato, negli ultimi anni, la libertà d’informazione, in barba ai principi internazionali. L’ultimo caso è quello della Francia, il cui Ministro dell’Industria ha proibito ai provider internet di diffondere cabli e notizie provenienti da Wikileaks. Mellakauls ha, poi, citato il caso dell’Italia, definendo “ridicolo” il provvedimento per la par condicio, adottato dal governo “di Mr. Berlusconi” durante le scorse elezioni regionali (e che, purtroppo, potrebbe essere riadottato in caso di elezioni anticipate nella prossima primavera, come annunciato dal Fatto Quotidiano), che di fatto ha tappato la bocca all’informazione in toto. Risate generali in sala. Sic. Nella discussione è, poi, intervenuto András Stumpf, giornalista del quotidiano conservatore “Heti Valasz”, in principio battagliero e pungente ma che, poi, ha lasciato intravedere un carattere più mansueto e un orientamento lievemente filogovernativo. “Quello che io mi chiedo – ha esordito, con tono deciso, Stumpf – è questo: in quanto giornalista, ho paura o no di questa legge? La mia risposta è “no”; se loro (la Commissione, ndr) non sono d’accordo con quello che io scrivo, andremo a discuterne davanti alla Corte Costituzionale”. “La seconda domanda che mi pongo – ha continuato – è: era necessaria questa legge? E la mia risposta è ancora “no”. Non ha apportato nessuna novità, a parte quella – assolutamente inutile – di proibire le immagini cruente sui tabloid. Il governo non sarà mai capace di controllare davvero i media (non ci giureremmo, ndr) e l’unica cosa davvero sbagliata che ha fatto è stata agire, votare e promulgare la legge senza alcuna consultazione pubblica”. In effetti, come ripreso dal professor Gálik, l’approccio autoritario del governo ha fatto sì che questo operasse in autonomia senza la benché minima consultazione con opposizione e parti sociali. Le prime consultazioni sono iniziate, a legge già vigente, dopo l’intervento di Bruxelles, ossia appena una settimana fa. “La Commissione non ha il diritto di chiedermi conto delle mie fonti – ha detto, poi, Stumpf, in risposta alla provocazione di un giornalista del Financial Times -. Certo, può controllare il mio pc, ma il giorno dopo non c’è dubbio che io scriverò che l’hanno fatto”. “Sempre che lei abbia ancora il suo lavoro – ha risposto un anziano giornalista radiofonico statunitense -. Immagini se una legge del genere l’avessero fatta i comunisti: lì sì che avrebbe avuto paura. Io credo che un po’ dovrebbe averne anche adesso – ha concluso – perché presto o tardi si ritroverà senza lavoro e non saprà spiegarsi il perché. Io sono anziano, su queste cose ho esperienza”. (G.C. per NL)
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