DTT dividendo esterno (61/69): la guerra delle frequenze tra finti alfieri dell’innovazione e presunti difensori dello status quo

L’ormai arcinota vicenda dell’asta per il dividendo digitale esterno, che contrappone governo, compagnie di telecomunicazioni ed emittenti televisive locali, ha fatto venire alla luce tutti i problemi storicamente legati alla gestione dello spettro radioelettrico.

Si fa un gran parlare di frequenze, bande, canali e tecnologie. Ciò che molti sembrano dare per scontato è che, soprattutto quando si parla di internet mobile e larga banda, qualsiasi porzione di spettro debba essere utilizzata per favorire le politiche espansive dei sistemi di telefonia mobile “prestati” alla rete, al fine di sbloccare quello che sarebbe un grande potenziale di sviluppo frenato solo da vecchi “padroni del vapore”. La realtà è, come di consueto, più complessa, anche se indubbiamente molti soggetti sono interessati a far passare una narrazione diversa, vestendo i panni degli eroi positivi dell’innovazione che lottano contro i dinosauri del conservatorismo tecnologico. Quel che è certo è che la banda degli ex canali televisivi che sarà messa all’asta è perfetta per gli operatori telefonici: abbastanza vicina ai 900 MHz per poterci mettere l’UMTS; larga a sufficienza per dare spazio all’LTE (capace di occupare canali fino a 20 MHz dinamicamente a seconda della richiesta di traffico); tanto accessibile a livello di hardware da permettere di produrre terminali compatibili a basso costo e convincere tutti a buttare via la vecchia attrezzatura per dotarsi di nuovi gioielli tecnologici (già si vocifera dell’IPad LTE…). Guardando però all’esperienza dei “White Spaces” USA (non diversi dal nostro dividendo digitale esterno) ci si accorge che le suddette frequenze non necessariamente devono essere utilizzate per dar spazio a tecnologie di derivazione prettamente telefonica. La strada può essere anche quella di liberalizzare lo spettro (senza quindi obbligo di licenza) e creare ampie possibilità di sviluppo per standard condivisi come il cosiddetto “super wi-fi”. Negli Stati Uniti i soggetti coinvolti, a scapito delle telco e dei broadcaster, sono le eminenze dell’over-the-top e dell’informatica di consumo: Microsoft, Google, Dell, HP, Intel, ecc.. Ovvio che una simile soluzione da noi scontenterebbe quasi tutti: il governo che dovrebbe rinunciare ai proventi dell’asta, le telco che non potrebbero espandere i propri esosi servizi di internet mobile, le emittenti che comunque sarebbero costrette a cedere le frequenze. L’accesso broadband in mobilità, però, che improvvisamente pare essere interesse prioritario dei nostri esponenti governativi (in altre occasioni assai meno preoccupati della rete) sarebbe ugualmente garantito, in modo forse più democratico e meno costoso per gli utenti. Una strada che l’Italia sta cominciando a intravedere, nell’attuale fase di scomposta deregulation del wi-fi seguita all’abrogazione del cosiddetto “Decreto Pisanu”, grazie a enti locali e altri disparati soggetti che propongono accessi internet liberi e gratuiti, tra l’altro utilizzabili anche in mobilità stante la compatibilità di smartphone, tablet e notebook. Ma il sogno è destinato a svanire presto: anche qui è questione di frequenze. E infatti gli operatori TLC, al di là di qualche sparuto proclama sulla concorrenza sleale, stanno alla finestra, ben sapendo che l’attuale porzione di spettro dedicata al suddetto wi-fi, estremamente ristretta e affollata da ogni genere di servizi (dal Bluetooth ai forni a microonde..,) rivelerà ben presto i suoi limiti, convincendo gli utenti a rientrare nei ranghi delle proprie offerte 3G, prossimamente potenziate dall’occupazione dei “white spaces” di casa nostra. Insomma, l’asta prossima ventura, qualunque ne sia l’esito, rappresenterà probabilmente la pietra tombale non solo per un gran numero di emittenti tv locali, ma anche per qualsiasi alternativa di accesso a internet in mobilità che non passi dagli operatori telefonici e dalle loro “chiavette”. La politica dello spettro radio può decidere i destini di sviluppo economico e sociale di un paese, che passano anche da scelte orientate alla liberalizzazione del mercato piuttosto che alla perpetuazione di barriere ed equilibri oligopolistici a favore dei soggetti dominanti in un dato momento storico. Ma, per favore, non facciamo passare nessuno per alfiere del nuovo che avanza. (E.D. per NL)
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