Frequenze: il rapporto Lamy fa un altro passo avanti verso il recepimento nelle politiche UE

La spinosa questione dell’assegnazione delle frequenze UHF, contese tra tv e internet, torna ancora una volta all’ordine del giorno. Il cosiddetto “rapporto Lamy” è stato infatti messo in consultazione pubblica dalla Commissione Europea. Come è noto, il rapporto è il frutto del lavoro dell’ennesimo gruppo semi-formale costituito in seno alle istituzioni europee, detto High Level Group, con la partecipazione di rappresentanti dell’industria continentale delle telecomunicazioni e del broadcasting. Al di là delle buone intenzioni, le considerazioni finali non sono il frutto di un accordo di conciliazione di interessi contrapposti, come chiunque abbia la pazienza di leggere il documento potrà capire. Più prosaicamente, si tratta di una sintesi di compromesso elaborata dal coordinatore del gruppo, Pascal Lamy, nell’intento di mettere sul tavolo una serie di proposte che l’Unione Europea dovrebbe far sue in vista della prossima Conferenza mondiale delle comunicazioni dell’ITU (WRC), in programma quest’anno a Ginevra. Una sintesi che infatti non ha convinto nessuna delle parti in causa, come lo stesso rapporto conferma: sia le telco che i broadcaster hanno infatti ritenuto non sufficientemente supportati i propri interessi. Tra le poche visioni condivise, ne emerge una che evidenzia con una certa efficacia stato attuale dei rapporti tra i contendenti: con piglio realista e assai poco visionario, si decreta la fine, o perlomeno la non attualità, del principio della convergenza. “…the principal future scenario is based on platform co-existence, not convergence…”, con buona pace di chi si ostina a prevedere la morte della cara vecchia tv. In più occasioni nel documento si sottolinea che la televisione digitale terrestre (DTT) continuerà anche in futuro ad essere un caposaldo di quello che viene chiamato “modello audiovisivo europeo”, basato sulla disponibilità di programmi di qualità accessibili gratuitamente alla grande maggioranza dei cittadini. Una sorta di servizio universale volto anche alla tutela del pluralismo e della diversità culturale. Questo richiamo ai valori di quello che potremmo chiamare, con termine desueto, “servizio pubblico”, è piaciuto particolarmente ai broadcaster nostrani, sempre pronti a farsi portatori, almeno a parole, dei suddetti nobili principi. La difesa del “caposaldo” è di fatto il principio alla base delle successive considerazioni del rapporto, che pur prendendo atto dell’espansione della banda larga mobile e dell’importanza di quest’ultima per lo sviluppo della digital economy, afferma la pari dignità dell’industria del DTT e il diritto di quest’ultima a svilupparsi, innovare e competere sul mercato. Incassata perciò la coabitazione imposta sui 700 Mhz (che da quest’anno saranno assegnati a statuto co-primario a broadcast e mobile broadband), la strategia proposta prevede una roadmap di liberazione graduale della suddetta banda, con un termine modulabile tra il 2018 e il 2022, in considerazione della minore o maggiore incidenza del DTT nel mercato dei vari paesi europei. E, non meno importante, la difesa ad oltranza del “fortino” costituito dal resto della gamma UHF (470-694 Mhz), impedendo almeno fino al 2030 l’ingresso delle telco. Risultato non proprio scontato, visto che questo tipo di visione europea difficilmente raccoglierebbe consensi in sede ITU-WRC. In forza di queste raccomandazioni, il rapporto è stato letto da più parti come una parziale vittoria della lobby europea dei broadcaster ai danni di quella delle telco, con grandi sospiri di sollievo soprattutto da parte di quei paesi dove il DTT mantiene una quota maggioritaria nella diffusione televisiva, Italia in primis. I punti indefiniti comunque rimangono molti, a cominciare dal ruolo degli OTT (come noto invisi a entrambe le suddette lobby, anche se per motivi non coincidenti) fino all’incertezza sugli sviluppi futuri delle tecnologie e delle tendenze di consumo. Non a caso si prospetta opportunamente un momento di riflessione su tempi e modi della roadmap, da espletarsi nel 2025. Se le direttive verranno attuate, certamente i protagonisti della televisione digitale terrestre potranno rifiatare, ma non ignorare o eludere i cambiamenti in atto: il futuro, come lo stesso rapporto evidenzia, passerà comunque attraverso nuovi standard tecnici e difficili coabitazioni. Saranno richiesti nuovi investimenti e opportune politiche di diversificazione dell’offerta e dei mezzi trasmissivi. E nel frattempo è assai probabile che, ancor prima che i principi del rapporto vengano recepiti messi in atto, le telco faranno nuovamente sentire la propria voce nel consesso istituzionale europeo e internazionale, cercando di riguadagnare gli spazi temporaneamente perduti. (E.D. per NL)
 
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