Giornalisti: il Governo vara le misure a favore di collaboratori e precari. Le adesioni della Fnsi, dell’Inpgi e della Fieg

Il ministro Damiano: “Un accordo che può aprire la strada alla firma del contratto” Ma sul diritto d’autore c’è polemica. Il “documento Damiano” potrà essere ritoccato e migliorato in Parlamento


dalla newsletter del sito www.francoabruzzo.it

Lettera di un free-lance a Franco Abruzzo sul “Documento Damiano”: tutto bene o quasi, ma la trovata sul diritto d’autore crea solo problemi.

I casi sono due: o il diritto d’autore per il lavoro giornalistico è legittimo o non lo è. Che senso ha dire, nella sostanza, che è legale al 40%?

Caro presidente Abruzzo, ho ricevuto il tuo comunicato sul “pacchetto Damiano” e vorrei, come free-lance, fare alcune osservazioni. Bene quasi tutto, ma la storia del 40% come tetto per il diritto d’autore non va proprio per varie ragioni:

1) In linea teorica, il “documento Damiano” presenta una contraddizione di fondo. I casi sono due: o il diritto d’autore per il lavoro giornalistico è legittimo o non lo è. Che senso ha dire, nella sostanza, che è legale al 40%? Questo è solo un compromesso all’italiana per salvare capra e cavolo, attaccabilissimo sotto un profilo giuridico;

2) Ci sono lavori (ed è caso frequente nei periodici) che sono giornalistici fino a un certo punto, nel senso che hanno un taglio tale da renderli compatibili con ripubblicazioni su libri, cd ecc.; che sorte avrebbero questi lavori? Rientrerebbero anch’essi nel calcolo del 40%? E le sceneggiature per documentari Tv su temi d’attualità cosa sono, giornalistici o no? Rientrano o no nel calcolo di cui sopra? Insomma: sarebbe un casino.

3) Ci sono lavori, in cui i free lance incappano spesso, a carattere multimediale. Esempio realmente accaduto: se io vado in Cina, torno con una massa di materiale che uso per servizi storici su una rivista, per pezzi di turismo per un sito internet e poi magari per un documentario Tv. Cosa dovrei fare? Fatturare quello che in sostanza è un solo lavoro in due modi differenziati secondo il destinatario? E le spese, come le tratto? Con deduzione forfettaria da un lato (dove applico il diritto d’autore) e poi con deduzione a piè di lista per gli altri? Ma ci si rende conto che così facendo si incentiva, fra l’altro, l’evasione fiscale perché è chiaro che tutte le spese verrebbero scaricate sulle fatture del secondo tipo, applicando poi anche la deduzione forfettaria su quelle del primo?

A me pare che se questo orientamento passasse, sarebbe un pasticcio impraticabile, oltre che una mazzata per i free lance. Molto più sensato, se si vuole stabilire un confine tra diritto d’autore e no, sarebbe prendere come linea di “frontiera” non un tetto percentuale (impraticabile e grottesco), ma un criterio di caratteristiche del lavoro. Esempi estremi: se io faccio un servizio di venti pagine per una rivista, articolato e complesso, destinato a durare e magari a essere ripubblicato, questo logicamente rientra nel diritto d’autore; ma se faccio un articolo di pura cronaca (esempio: il resoconto di un consiglio comunale) per un quotidiano, destinato a esaurire la sua vita in 24 ore, no.

Ecco, queste sono alcune osservazioni di getto, che credo condivise da molti free lance. Tienine conto, se ritieni.

Ciao, Caio Sempronio

free-lance di lungo corso

Ps – Ormai i confini tra lavoro giornalistico e no sono molto più labili di un tempo. Il rischio è che i lavori “metà a metà” (vedi sceneggiature per documentari) vengano trattati in modo dispari: cioè se li fa un giornalista iscritto all’Ordine hanno un certo regime fiscal-previdenziale, se li fa un non-giornalista no. Ma allora molti freee lance potrebbero cancellarsi dall’albo dell’Ordine e fare quei lavori come privati cittadini (nessuno glielo può impedire). E’ questo che si vuole?

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