Internet: YouTube sperimenta i servizi pay, guardando ai nuovi utenti della rete

Molti (se non la totalità) dei cosiddetti “servizi gratuiti” sul web basano il proprio modello di business sull’advertising, che ne garantisce la sostenibilità e allo stesso tempo permette di mantenersi attrattivi nei confronti di un pubblico abituato a usufruire dei contenuti liberamente e con immediatezza.

YouTube è uno dei primi siti web al mondo per numero di visitatori anche grazie a questo apparente compromesso tra gratuità e pubblicità. Gli introiti però, a fronte di un miliardo di utenti e sei miliardi di video visualizzati al mese, non appaiono adeguati, soprattutto se messi a confronto con quelli del broadcasting tradizionale. Si dice quindi che Google (proprietaria di YouTube dal 2006) stia cercando modelli di business alternativi, in grado rendere più redditizia l’enorme diffusione della piattaforma. Il primo tentativo è già stato fatto, con l’introduzione a novembre 2014 di MusicKey, servizio a pagamento dedicato agli appassionati di musica. Aderendo a MusicKey, in sostanza, si ha la possibilità di visualizzare video senza pubblicità e di scaricare la musica per usufruirne anche offline. Apparentemente una buona idea, soprattutto se rivolta ad un pubblico un po’ old style, legato a modelli di fruizione che si ritengono in generale sorpassati nell’era dell’always online e dello streaming. Peccato che gli utenti più smaliziati (ma neanche tanto) siano in grado già da tempo di ottenere le stesse cose offerte dal servizio “premium” utilizzando alcune utility ben note (e gratuite, ovviamente) installabili con estrema facilità sul proprio PC e parzialmente anche sui dispositivi mobili. Date queste premesse, in assenza di ulteriori e importanti benefici derivanti dall’accesso in abbonamento, è difficile prevedere il successo per simili iniziative. Tuttavia se Google, alfiere del modello “free+ad”, ha deciso di sperimentare l’approccio, si deve supporre che disponga di dati promettenti su cui fare affidamento. In questo senso è da considerare che l’utilizzo di determinati strumenti software, che ai più esperti sembra cosa elementare, potrebbe non essere così alla portata di tutta quella crescente massa di utilizzatori che accedono alla rete tramite le app installate sui dispositivi mobili. Molti di questi non conoscono nemmeno la navigazione su internet tramite browser, che fino a qualche anno fa era considerata l’unica strada per usufruire dei servizi online. Difficile immaginare che possiedano le competenze necessarie a configurare un software di blocco degli annunci pubblicitari o un downloader. E’ probabile che appositi sondaggi sull’utilizzo di questi strumenti abbiano dato risultati confortanti, tali da convincere Google (e non solo, visto che anche altri colossi del web si stanno muovendo nella stessa direzione) ad intraprendere la via dei servizi pay. Il che porta inevitabilmente ad interrogarsi ancora una volta sulla fase di transizione in atto. La rete non sta fagocitando la televisione, ma entrambe si stanno trasformando in qualcosa di diverso. Video e social network sono le killer application: calamitano miliardi di utenti che vogliono poter accedere a tutto ciò che è disponibile con relativa facilità e senza grandi competenze tecniche. Non è più l’era del broadcasting, ma nemmeno quella del peer-to-peer degli albori di internet. Il paradigma dell’app, rispetto a quello del browsing, permette ai gestori del servizio di mantenere un controllo ben più saldo sull’interazione dell’utente, indirizzandola su canali e modalità predefinite. Senza contare la possibilità di raccogliere dati utili a personalizzare l’offerta ai fine della fidelizzazione. Non è da trascurare neanche la crescente diffusione delle smart-tv, dispositivi simbolo dell’ibridazione tra la rete e il broadcast, anch’esse al centro di un approccio facilitato, ma anche molto più mediato, ai servizi online. In questo nuovo scenario anche le web company sentono di poter assumere un ruolo più attivo, ponendosi in diretta concorrenza con il settore dei media tradizionali. E’ su questo mercato che si sta giocando la partita: i sondaggi dicono che chi accede ad internet dal classico PC desktop è ormai sempre più rappresentante di una minoranza. E per quanto le minoranze possano essere interessanti per chi offre servizi specializzati, ormai appare evidente che anche i giganti dell’online puntano al bersaglio grosso, quello del grande pubblico che finora è stato appannaggio dei media di massa. (E.D. per NL)
 
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