Lingua inglese in Francia? Coming soon

Mentre il mondo dell’economia accetta l’infiltrazione anglofona, giornali e radio difendono lo “sciovinismo lessicale”


In Italia chiunque considererebbe un “dinosauro telematico” chi si ostinasse ad usare espressioni come “posta elettronica” o “parola d’ordine”, invece dei corrispettivi inglesi “e-mail” e “password”, decisamente più comuni e ormai definitivamente condivisi. E sebbene qualcuno, come per esempio il giornalista Beppe Severgnini, preferisca considerare molte delle influenze anglofone, piuttosto che vocaboli della lingua inglese, espressioni dell’italiano moderno (vedi le due edizioni del libro “L’inglese, lezioni semiserie”, ndr), è possibile ormai confermarne l’utilizzo, oltre tutto pratico in un contesto globale, anche tra i più convinti conservatori della penisola. Al contrario, la Francia sembra ancora ossessionata dalla tutela della lingua oltre che di altri aspetti della vita sociale. E se i noti fumettisti Uderzo e Goscinny definivano “irriducibili galli” quei francesi (Asterix e compagni) che osteggiavano strenuamente l’invasione dell’impero romano, allo stesso modo esponenti del calibro di Chirac, sebbene conoscano i fondamenti della lingua di Shakespeare (Chirac addirittura ha studiato ad Harvard), si sono opposti nel tempo, e si oppongono tuttora, all’infiltrazione della terminologia inglese, continuando a preferire“fonds spéculatifs” a “hedge funds”.
Qualche timido tentativo di sfruttare il lessico anglosassone sembra arrivare invece da Sarkozy che, nonostante sia stato immortalato dai giornalisti per aver faticato a pronunciare “joint venture”, sembra accettare l’inglese come lingua mondiale degli affari. Ma, nonostante l’apertura al linguaggio dell’economia, il mondo francese è ancora molto rigido sulla questione. A dimostrarlo sono in particolare i giornali e le radio. Le Monde Diplomatique, per esempio, lanciò lo scorso agosto un articolo che denunciava alcuni episodi di “tendenza anglofona”, citando in particolare Greenpeace che, in occasione della conferenza internazionale sul clima, avrebbe vestito la Tour Eiffel di un enorme striscione con la scritta “It’s not too late” (“non è troppo tardi”, ndr). Altro caso, ben più noto e difeso da un tutela presumibilmente insormontabile, è quello delle radio: Parigi sembra essere infatti l’unica capitale al mondo che non ha radio, sulle frequenze Fm, in lingua inglese. Addirittura l’anno scorso il Csa (l’autorità audiovisiva francese), nel corso dell’attribuzione di 147 frequenze, di cui 66 completamente nuove, ha praticamente scelto di non trovare posto per Paris Live Radio, Bbc World Service e World Radio Paris. Una decisione, questa, assolutamente non casuale, e determinata a mantenere quel “sciovinismo lessicale” tipico della Repubblica francese. La Francia che voleva fare tutto in casa propria e più volta sbeffeggiata per il suo eccessivo stile tradizionalista (a questo proposito nella serie The Simpsons, tipicamente americana, le frecciatine si sprecano) sembra doversi adattare all’uso più comune e condiviso. Per ora la concessione riguarda solo il mondo della finanza, ma è naturale pensare a quanto possa risultare complicato vivere internet e la tecnologia più in generale, con la mancanza della lingua più diffusa al mondo. Insomma, quando una “courriel” si potrà chiamare liberamente “e-mail”? (Marco Menoncello per NL)

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