Ma i giornalisti di sinistra sono vittimisti?

Nessuno, per fortuna, ha mai messo in dubbio che in rete vi sia libertà d’informazione. Anzi, Beppe Grillo, uno dei primi accusatori del sistema mediatico italiano che non garantirebbe libertà d’informazione a causa (non solo ma soprattutto) della sua eccessiva concentrazione, vi vede l’unico spiraglio, barlume di speranza cui appigliarsi in tempi in cui televisione e giornali parrebbero remare in un’unica direzione.

E proprio “surfando” sul web che abbiamo scorto un articolo di denuncia il cui obiettivo sarebbe avvalorare la tesi che i giornalisti italiani sono vittimisti. Specie quelli che, in epoca di berlusconizzazione della cosa pubblica, intravedono un intreccio vizioso tra politica e settore dei media (e, quindi, dell’informazione) che va a discapito della libertà d’espressione. Si nota subito, perciò, che la tesi che il redattore dell’articolo intende avvalorare, per mezzo di congetture ch’egli (in modo del tutto soggettivo) verifica, si riferisce non alla categoria dei giornalisti nel suo insieme, bensì alla sottocategoria dei giornalisti di sinistra. Quelli che Berlusconi definirebbe “farabutti” e che si sentono unti dalla dea democrazia per combattere la battaglia nel terreno delle libertà fondamentali e della deontologia professionale. Il sito in questione, da cui abbiamo preso le informazioni è www.malainformazione.it e l’autore dell’articolo si firma s.d.r. Giornalisti o vittimisti, quindi, è la domanda che il giornalista si pone, partendo dal caso della manifestazione dello scorso 3 ottobre che la Fnsi (il sindacato maggioritario dei giornalisti) ha organizzato a Roma in piazza del Popolo, sulla cui cronaca si sono sentiti pareri e numeri fortemente contrastanti. Da questo caso il nostro collega trae spunto per dimostrare come in certo giornalismo entrino “in funzione i classici meccanismi del vittimismo”, che costruiscono “convinzioni su presupposti anche inesistenti”. Basandosi su tre leggi retoriche: esagerazione, sviamento od omissione ed irrazionalità. L’esagerazione riguarda i numeri della manifestazione: 300.000 partecipanti secondo gli organizzatori e i giornali “di sinistra” o “antiberlusconiani” (Repubblica su tutti), 60.000 per la polizia, 80.000 secondo fantomatici esperti messi in campo dal quotidiano torinese La Stampa. Il nostro parla di “esagerazioni di partito che moltiplicano fino a 9 volte i partecipanti reali”, ironizza sui giornalisti “professionisti dell’oggettività”. Lanciandosi in un ragionamento che stupisce per la sua semplicità, l’articolo giunge a conclusioni “oggettive” che gli consentono d’attaccare i numeri diffusi dalla Fnsi col piglio di chi crede d’aver smascherato una magagna. I giornalisti censiti in Italia, dice, sarebbero “ad essere generosi 34.000 persone, di cui è ragionevole pensare che solo una piccola parte si sia recata a Roma, essendo tra l’altro le proprie redazioni in piena attività”. Risultato: una “stima realistica” parlerebbe di 3-5.000 giornalisti presenti a Roma e massimo 60-70.000 partecipanti totali. Non si capisce bene quali siano le basi di questa “stima realistica”, ma questa svelerebbe la magagna. Il secondo fattore che, automaticamente, etichetterebbe i giornalisti come “vittimisti” sarebbe la pratica dello sviamento od omissione. Esempio. Secondo l’articolo la motivazione alla base della manifestazione e della presunta “minaccia alla libertà di stampa” deriverebbe dalle due denunce di Berlusconi rivolte ai giornali “di sinistra” L’Unità e Repubblica. Effettivamente, ed erroneamente, quello che è passato dai media all’opinione pubblica, a causa dell’imperizia di alcuni tra organizzatori e promotori del 3 ottobre, è proprio che la manifestazione fosse una conseguenza di quelle denunce. Non dovrebbe esser così ma questo messaggio favorisce interpretazioni, legittime in quanto oggettive, che non è certo il solo Berlusconi a denunciare per danni (in sede civile) o per diffamazione (in sede penale) i giornali, ma la sfilza dei politici – di destra e sinistra – sarebbe lunghissima, a cominciare da Di Pietro e D’Alema. Se davvero la motivazione alla base della manifestazione fosse questa, allora la tesi difensiva non farebbe una piega. Bisognerebbe, però, chiedere agli organizzatori se davvero la pensino così. Altra tesi difensiva è stata quella presentata dal direttore del Tg1, Augusto Minzolini, di nomina governativa, come oramai ammettono anche i muri di viale Mazzini. “Sono 430 le querele di politici contro giornali e giornalisti negli ultimi dieci anni – dice – di cui quasi il 70% è di politici di sinistra”. Ma come, Minzolini? Chi ha parlato prima di destra e sinistra? Qui si parlava di categoria dei giornalisti insorti per tutelare la propria deontologia, non di giornalisti di sinistra contro giornalisti di destra. Vorrà mica sostenere che l’intera categoria è composta da elementi “di sinistra”? Insomma, i giornalisti vittimisti sviano. Ma il vero “cuore della mitologia vittimista” sarebbe l’elemento dell’irrazionalità. Qui, citando documenti che rimandano a studi e ricerche (tra cui una, esplicativa, sul portale www.francoabruzzo.it), l’autore dell’articolo dimostra come, effettivamente, delle cifre richieste dagli accusatori nelle cause civili per danni, solo una minima parte vengono, in genere, riconosciute dai giudici, in quel 56% dei casi in cui le denunce vengono accolte: 15.000 euro sarebbe la media, a fronte di richieste spesso milionarie. Questi dati sono effettivi e dovrebbero, concretamente, far riflettere prima di martirizzare giornalisti che ricevono denunce. Però, dimostrazione teorica alla mano, questo elemento rientrerebbe di diritto nella prima categoria, quella dei dati “esagerati”. Nel finale, celebrazione della “cultura del piagnisteo”, che ha “poco di professionale e molto di politico”, partendo da un discorso d’oggettività analitica s.d.r. cade, involontariamente, nel secondo elemento che sanziona il “vittimismo” di certo giornalismo: lo sviamento od omissione. Si portano ad esempio, infatti, i casi di Michele Santoro e Marco Travaglio (baluardi del giornalismo “vittimista” e “antiberlusconiano”), condannati, il primo in sede civile, il secondo in sede penale. Come i giornalisti “vittimisti” che gridano alla mancanza di libertà di stampa perché Berlusconi denuncia due giornali “di sinistra” (ed, invece, non è il solo, come si è visto, a denunciare), anche l’autore del nostro articolo denuncia solo Santoro e Travaglio come giornalisti denunciati che hanno perso le cause e sono stati condannati a risarcire. E gli altri dove sono? (G.M. per NL)
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