Opportunità sprecate. Dividendo digitale: risorsa scarsa che s’avvia verso i soliti lidi

Entro il 2012 si completerà il passaggio dalla televisione analogica a quella digitale e per allora saranno integralmente disponibili cinque frequenze impiegabili su tutto il territorio nazionale.

Le frequenze "liberate", è cosa nota per i lettori di questo periodico, prendono il nome di "dividendo digitale" e saranno presto messe all’asta dallo Stato, col fine prospettico di trarne vantaggi sociali ed economici. Negli USA, ad esempio, ove la vendita pubblica delle frequenze è già realtà, gli incassi si aggirano attorno ai 19 miliardi di dollari. In Europa, la vendita con incanto non è ancora aperta, ma gli Stati prevedono già di incassare ingenti somme di denaro: secondo alcune stime, quello tedesco si attende di riscuotere fino a 5 miliardi di euro, mentre il governo francese 1,4. Le frequenze destinate all’uso in ambiente digitale sono ovviamente di grande appetibilità, stante la loro implicita duttilità. Così la Commissione Europea auspica (e prescrive) un uso ottimale e coordinato del dividendo digitale, poiché in caso contrario la risorsa scarsa e quindi preziosa potrebbe non essere sfruttata con la massima efficienza, determinando gravi effetti collaterali, con servizi distribuiti a macchia di leopardo, distorsivi effetti sul mercato e disparità di trattamento a danno dei cittadini dell’Unione. L’intenzione principe sarebbe quella di utilizzare il dividendo digitale per potenziare la banda larga mobile per tutti gli Stati dell’Unione Europea, così garantendo una trasmissione via web di alta qualità ed ampliando la scelta dei consumatori sul piano dei futuri servizi senza fili. Un auspicio dichiarato a chiare lettere da Viviane Reding, commissario UE responsabile per la società dell’informazione e i media. Sennonché, in Italia, l’Autorità per le comunicazioni, con la Delibera 181/2009, ha stabilito che le frequenze liberate verranno assegnate solamente a broadcaster televisivi, escludendo in tal modo gli operatori al di fuori di tale cerchia. Il regolatore italiano ha infatti stabilito che l’assegnazione del dividendo sarà aperta solamente agli operatori di rete tv, anche già esistenti (col rischio paradossale di un potenziamento dei gruppi esistenti e di una limitazione ai nuovi entranti, in contraddizione con il senso stesso della ridistribuzione del dividendo). In particolare, come detto in apertura, è stato fissato in 5 il numero dei multiplexer DVB-T nazionali che saranno messi all’asta: tre dei quali riservati a nuovi operatori, mentre i restanti disponibili ai migliori offerenti (anche già attivi attraverso altri mux). Un paradosso sociogiuridico, palesemente contrario alla tendenza di altri paesi europei, dove i servizi di banda larga sono considerati un bene di maggiore importanza (in quanto ad uso promiscuo) rispetto a quelli televisivi (sostanzialmente monomediatici), al punto che l’asta per l’assegnazione delle frequenze resesi disponibili con la migrazione tv da analogica a digitale non solo è aperta a tutti gli operatori (e quindi non solo ai network provider DVB-T) ma vede addirittura favorite le assegnazioni ad imprenditori extratelevisivi. (M.C. per NL)

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