Tv digitale, verso l’integrazione delle piattaforme. Ma il mercato, non il regolatore deciderà quando sarà il momento del decoder unico

A noi italiani ricorda un po’ la famosa rincorsa al decoder unico: quella chimera televisiva che sembrava sempre dietro l’angolo e non arrivava mai.

Nel frattempo è arrivata la tv su internet, ma la questione sembra essere sempre la stessa: per fidelizzare gli utenti, il sistema migliore rimane quello di affibbiargli una scatoletta proprietaria da appiccicare allo schermo. Anche i cosiddetti super-innovatori della rete, ovvero i soliti Amazon, Apple, Google, ecc. sembrano ormai avere intrapreso questa strada. Se per Apple non si può parlare di cambio di strategia (le architetture hardware e software chiuse sono sempre state un cavallo di battaglia di Cupertino), per gli altri è un ulteriore passo verso una diversa filosofia di approccio alla rete: la neutralità è andata bene fino a quando si doveva arrivare alla massima quantità di utenti, adesso è arrivato il momento di monetizzare sul serio e quindi addio anime belle. La nuova (?) frontiera è ormai dichiaratamente quella televisiva: una televisione ovviamente diversa, basata sul consumo personalizzato e libera sia dai palinsesti che dalla dipendenza da un unico dispositivo, ma pur sempre televisione. La “forma di intrattenimento che raggiunge la più vasta audience” (Nancy Tellem – Microsoft, fonte Italia Oggi), con buona pace di chi ne prevedeva la prematura scomparsa. Mentre il precursore NetFlix naviga a gonfie vele (più di 48 milioni di abbonati, in costante crescita), nonostante l’opposizione dell’area europea non anglosassone che ne sta ritardando la diffusione nel vecchio continente, tutti i principali Over-The-Top si stanno attrezzando non solo per offrire propri servizi di streaming ma anche per comprare e produrre contenuti di qualità. Il successo di “House of Cards”, serie tv prodotta proprio da Netflix, che è già arrivata alla seconda stagione, ha convinto tutti che quella è la strada da seguire, nonostante i costi non certo trascurabili. Del resto gli OTT, com’è noto, sono tra i pochi a non avere problemi di liquidità. Su questo fronte prevedono infatti consistenti investimenti sia Amazon che Microsoft, che intendono anch’essi naturalmente affibbiare agli utenti la propria scatola magica: FireTV nel primo caso, Xbox nel secondo. Google, forte della potenza di fuoco di YouTube, propone ChromeCast, dispositivo “ponte” tra la rete e la televisione che sfrutta le potenzialità dell’accoppiata tablet/smartphone – TV. Quest’ultima è l’unica soluzione che non prevede la sottoscrizione di un abbonamento: lo scopo di ChromeCast è infatti (per ora) solo quello di rendere “smart” qualsiasi tipo di apparecchio televisivo, senza però le limitazioni spesso presenti sui sistemi operativi degli smart tv. Proprio questa peculiarità, insieme al prezzo molto popolare e al suo non essere “scatola” (trattasi di una semplice chiavetta USB) potrebbe renderlo uno dei dispositivi più diffusi nel prossimo futuro. Dopo averne venduto una congrua quantità, Google saprà poi sicuramente sfruttarne la presenza nei salotti di milioni di teleutenti. Naturalmente il diluvio di contenuti video, destinati ad essere visualizzati su televisori ad alta definizione (ormai l’HD è considerato la base, e il 4K-UltraHD è alle porte) porrà sempre più problemi alla capacità di trasporto di una rete che non è certo nata per questo: trasformare internet in un mezzo di diffusione broadcast potrebbe essere un’impresa disperata anche per le telco più attrezzate e per gli algoritmi di compressione e trasmissione più fantascientifici. Non a caso negli USA si continua a puntare molto sulle reti televisive via cavo e via satellite, che garantiscono comunque canali di qualità garantita. Gli OTT (per ultima Apple) cercano e ottengono accordi con ComCast e TimeWarner, i primi due operatori statunitensi del cavo (che forse si fonderanno, antitrust permettendo), per fornire un servizio più affidabile ai propri abbonati, saltando a piè pari le polemiche sulla neutralità della rete. In Europa invece, e in Italia ancora di più, non essendosi sviluppate reti alternative al livello della cable TV USA, la disponibilità di banda continuerà a dipendere dagli investimenti in fibra ottica; le nuove offerte multimediali dovranno giocoforza convivere con tutti gli altri servizi internet, prestando attenzione, secondo i dettami della nuova normativa europea, a non degradarne la qualità. La rivoluzione dello streaming, infatti, è continuamente annunciata ma tarda ad arrivare. Le telco sono riluttanti ad investire in presenza di un quadro regolatorio così poco favorevole agli accordi con gli OTT, e gli OTT sono titubanti a lanciare servizi in mercati caratterizzati da prestazioni di rete che non garantiscono un livello di qualità soddisfacente. In una fase di transizione che si prolunga più del previsto, i “vecchi” broadcaster possono ancora muoversi con una certa libertà, disponendo in ogni caso di canali diffusivi “tradizionali” ma tuttora privi di alternative valide. E infatti appaiono sempre più evidenti i tentativi di riposizionarsi, stringendo accordi con i carrier di telecomunicazioni, in anticipo rispetto al paventato avvento dei colossi di oltreoceano. L’intesa tra Sky e Telecom ne è un esempio lampante, anche se gli stessi soggetti, saggiamente, hanno fissato al 2015 la partenza dei nuovi servizi. Innovazione sì, ma con tempi all’italiana. (E.D. per NL)
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