Tv. Frequenze 700 MHz a tlc: Italia ancora lontana dal traguardo UE del 2020

Tutti i paesi europei dovranno liberare le frequenze 700 MHz dalle trasmissioni tv entro il 2020 per implementare le connessioni a Internet in mobilità, ma l’Italia non è affatto pronta ad avviare il processo, né ha un piano definito per adeguarsi. Ma, probabilmente, sono proprio i timori relativi ai ritardi del nostro paese ad aver spinto l’UE ad imporre tempi più stretti.

Come già discusso su questo periodico, una recente direttiva europea impone agli stati membri di liberare le frequenze 694-790 MHz entro il 2020 e metterle a disposizione della banda larga in vista dell’arrivo della tecnologia 5G. A quanto pare, la decisione arriva dalle pressioni fatte dalla Francia, che già a novembre aveva avviato l’asta per assegnare le frequenze in esame (operazione che dovrebbe concludersi per il 2017). E da indiscrezioni, sembra che il provvedimento sia indirizzato proprio al nostro paese, visto che la preoccupazione principale sul tema che affliggerebbe il governo d’oltralpe sarebbe quella che l’Italia non rispetti le scadenze e finisca per interferire nelle connessioni Lte francesi con il segnale delle emittenti della tv digitale. In effetti, allo stato attuale, la banda frequenziale oggetto della direttiva ospita, come già detto, tre mux di Mediaset e uno ciascuno per La7, Prima tv e Tele Capri. Si tratta di un terzo circa (30%) della banda totale che dovrebbe essere dal 2020 a disposizione delle tecnologie di rete. E nel nostro paese non c’è, in effetti, un piano ben definito per l’utilizzo delle frequenze; l’unico punto stabilito si trova nella Legge di Stabilità 2016, al comma 169, che predispone per la “razionalizzazione della banda 700 MHz” un fondo di 276 mila euro annui per il quale, il Ministero dello sviluppo ecantenne20UHF20e20FM20Corato20Murgetta202 1 - Tv. Frequenze 700 MHz a tlc: Italia ancora lontana dal traguardo UE del 2020onomico, deve emanare un decreto al fine di individuarne le modalità di utilizzo. Al di fuori di questo, però, manca il piano nazionale delle frequenze che bisognerà presentare entro metà 2017 e che dia indicazioni sulle misure da adottare per semplificare la liberazione dei 700 MHz. Già lo scorso anno abbiamo assistito al ritardo, deciso nel Milleproroghe, della messa al bando dei vecchi apparecchi televisivi che non supportano lo standard Dvb-T2. Fra chi parlava di regalo a Mediaset (proprio a causa dei mux che questa ha nella banda dei 700 MHz) siamo arrivati al 2016; ma adesso, con le nuove scadenze fissate dall’Unione Europea, il ritardo si fa sentire. Al contrario di quanto Giacomelli sosteneva lo scorso anno, cioè che “le frequenze della banda 700 non c’entrano nulla” con il ritardo del Dvb-T2, bisogna ad onor del vero, evidenziare come questo standard richiederebbe alle emittenti esistenti un numero più limitato di frequenze per le proprie trasmissioni (considerata la maggiore capacità di trasporto). Se questo poteva essere visto in origine come la possibilità di aumentare l’offerta televisiva, adesso potrebbe essere il mezzo ideale per far sloggiare quei mux che occupano le frequenze destinate alle tlc. Passare al nuovo standard potrebbe quindi agevolare la liberazione delle frequenze (ovviamente con la conseguente riduzione degli operatori di rete), ma, indubbiamente, sarebbe più semplice se già nel 2015 si fosse dato al mercato l’input rappresentato dalla diffusione degli apparecchi che supportano la nuova tecnologia digitale. Adesso, invece, si dovrà affrontare o un drastico salto nel buio (la migrazione dall’analogico al DTT non è ancora stata metabolizzata a livello economico dalle imprese tv, sicché si può immaginare cosa comporterebbe una ulteriore transizione), oppure un definitivo abbandono del nuovo standard, entrambe opzioni di certo non auspicabili. Se, come abbiamo ipotizzato su queste pagine in precedenza, l’alternativa più semplice risulterà essere la rinuncia al Dvb-T2, allora sarà probabilmente il momento in cui modelli televisivi basati sul web potrebbero seriamente prendere il sopravvento, soprattutto in virtù degli investimenti nella banda larga per i quali l’Europa preme particolarmente. Forse, a conti fatti, il risultato finale sarà l’ennesimo ritardo italiano. Alla fine, potremmo dire che le preoccupazioni europee in merito non sono del tutto infondate. (E.V. per NL)
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