Tv. Il 2008 della Rai, lo stallo continuo

Una legislatura, la XVI, iniziata ad aprile; una commissione parlamentare di Vigilanza operativa di fatto da dicembre; un’azienda che va, nonostante il cda scaduto da giugno e i soliti ‘appetiti’ da ‘nominificio’ letteralmente scatenati


(ADUC.it) – E la Rai versione 2008, un’azienda sana, seppure in leggero rosso ma con buone prospettive di futuro, avviata al rapido completamento della tecnologia digitale terrestre, che amplia il numero di canali, il potenziale di ascolto e dunque gli introiti pubblicitari. E questo nonostante lo stallo che sostanzialmente caratterizza la sua governance.
Tutto per ‘colpa’ della politica. O meglio, di quella commissione bicamerale di garanzia che con fatica si e’ insediata il 13 novembre scorso – dopo quarantacinque fumate nere a partire da giugno per l’elezione del presidente – e da cui dipende, appunto, il rinnovo dei vertici di Viale Mazzini.
Per la legge Gasparri la commissione deve rinnovare il cda ogni tre anni, nominando sette dei nove membri in rappresentanza della proporzione parlamentare. I restanti due, direttore generale e presidente, sono invece indicati dal governo ma la loro nomina deve essere ratificata dal Parlamento proprio tramite la Vigilanza. La commissione e’ pero’ ora di nuovo nelle secche dell’immobilismo per il rifiuto del ‘presidente eletto’, con i soli voti della maggioranza senza essere il candidato dell’opposizione, Riccardo Villari di dimettersi, nonostante un accordo istituzionale bipartisan (tranne che con Italia dei Valori, partito del presidente designato della prima ora, Leoluca Orlando) che vuole il senatore del Pd Sergio Zavoli presidente di garanzia, dopo le dimissioni dello stesso Villari.
L’esponente del Pd, anch’egli senatore, s’e’ ritrovato al vertice della commissione di San Macuto per un blitz della maggioranza alla votazione numero 46, dopo che veti, controveti, appelli, interventi delle massime cariche dello Stato e convocazioni a oltranza ne avevano impedito l’insediamento. Il tutto per il rifiuto di Pdl e Lega di votare Orlando, esponente di un partito considerato ‘eversivo’ dopo la manifestazione di Piazza Navona, in cui l’Idv si era lanciata in insulti contro tutto e tutti, Capo dello Stato e Papa compresi. Dal suo insediamento la commissione si e’ riunita tre volte per l’audizione dei vertici Rai sullo stato dell’azienda, ma le opposizioni l’hanno disertata per protesta. Di qui, il nuovo stallo.
In Rai intanto aspettano. Anche se troppo oltre nel rinnovo della governance non e’ il caso di spingersi. Perche’ se e’ vero che un Cda ‘in prorogatio’ ha esattamente gli stessi poteri di uno in carica, e’ altrettanto vero che arrivare all’approvazione del budget con un consiglio decaduto da un anno e pure ridotto a sette elementi (oltre ad aver perso, dopo una lunga malattia, Sandro Curzi (Prc) nel novembre scorso, ha dovuto rinunciare anche a Gennaro Malgieri (An), eletto in Parlamento nelle file del Pdl) e’ considerato un po’ un azzardo.
Al Settimo piano di Viale Mazzini, mangiato con soddisfazione e orgoglio il panettone (‘che si debba fare un nuovo cda lo dice la legge ma – ha sottolineato il presidente Petruccioli nel saluto di fine anno – non e’ detto che chi verra’ dopo faccia meglio di noi’), si dicono certi che tra gennaio e febbraio la situazione si sblocchera’. Anche perche’ – si sottolinea – e’ impensabile gestire la crisi finanziaria internazionale, che ha investito pure il nostro paese e, quindi, la Rai (si stimano 40 milioni di euro in meno di pubblicita’ a fine anno, in calo a ottobre del 48% rispetto al budget iniziale), con un consiglio cosi’ combinato.
L’azienda del servizio pubblico va avanti ma la sua governance e’ in qualche modo limitata: se non arriva ai livelli del ‘Cda smart’, composto dagli unici consiglieri non dimissionari dell’epoca, Antonio Baldassarre ed Ettore Albertoni, che nel 2003 avevano continuato ad adottare decisioni nonostante l’evidente debolezza in cui si trovavano a operare, poco ci manca. E neanche si vuole evocare lo spettro dello scontro istituzionale Tesoro-cda come ai tempi della sfiducia del maggiore azionista Rai (il ministero dell’Economia detiene il 99,55% delle azioni di Viale Mazzini) nei confronti del consigliere Angelo Maria Petroni, appunto di nomina governativa (di centrodestra) ma di ‘colore’ diverso rispetto all’allora governo di centrosinistra (ministro era Tommaso Padoa Schioppa). A questo punto, a meno che non si faccia convincere prima dai continui inviti a dimettersi (non ultimi quelli dei presidenti delle Camere e del premier Silvio Berlusconi che, nel considerare ‘grave’ il fatto ‘che Villari non si dimetta’, e’ tornato a definire deprimenti e ansiogeni i programmi del servizio pubblico tanto da invocare l’urgente rinnovo del Cda per aggiustare un po’ il tiro), l’appuntamento per tutti -parlamento, governo, azienda, cda in carica, cda prossimo venturo (il ‘totonomine’ vuole, per la presidenza, in risalita le quotazioni dell’attuale direttore generale della Luiss, il dalemiano Pierluigi Celli e in discesa quelle dell’ex direttore del Messaggero e Panorama, Pietro Calabrese, veltroniano), e’ per il 13 gennaio quando in Senato tornera’ a riunirsi la giunta per il Regolamento, chiamata a decidere sulla revoca del presidente della Vigilanza dalla commissione.
Il cavillo, suggerito dalla presidenza di Palazzo Madama, sarebbe il mancato rispetto della proporzionalita’ parlamentare, come nei due precedenti di Tomaso Staiti di Cuddia nel 1991 del Movimento sociale e di Diego Masi di Rinnovamento italiano nel 1997.Entrambi membri di commissione, uno di Vigilanza Rai, furono revocati perche’ cambiarono gruppo di appartenenza. Proprio come Villari che, espulso dal Pd a dicembre, e’ stato iscritto al gruppo misto.
Ma la rappresentanza di quel gruppo parlamentare, cui spetta un solo membro, e’ gia’occupata dall’Mpa con Luciano Sardelli, mentre il Pd si ritrova con un rappresentante in meno.
(Asca)

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