Tv. Il digitale non c’entra, il modello Italia non va

Con il digitale terrestre si può ampliare il pluralismo, lanciare nuovi servizi, aprire l’etere a nuovi editori. Quello che accade in Francia, dove cinque editori diversi stanno lanciando cinque canali ad Alta Definizione


da Media 2.0 il blog di Marco Mele (Il Sole 24 Ore)

In Italia si chiama “digitale terrestre” un sistema anomalo nazionale che sarebbe meglio chiamare analogico-digitale. Perchè, a partire dalla Sardegna, porta sì alcune novità anche di rilievo, come l’ottimizzazione intensiva dell’uso delle frequenze, la parità di copertura tra gli operatori, il rispetto del coordinamento internazionale, l’assegnazione come regola per l’utilizzo dello spettro radioelettrico.

Ma aumenta la principale anomalia del sistema italiano: la concentrazione di risorse, diritti e reti, ovvero di capacità trasmissiva (sei reti a Rai, sei a Mediaset). Per questo, ai confini del nuovo oligopolio Rai-Mediaset-Sky, dove la trattativa prevale sulla concorrenza – farò un post apposito, perchè gli ascolti della Sardegna stanno dando alcune sorprese – tutti gli altri editori televisivi o sono in crisi o ridimensionano i propri progetti. Rete A è in vendita, La 7 anche, alcuni degli editori internazionali che hanno vinto la selezione per accedere al 40% della capacità trasmissiva hanno rinunciato, come Nbc-Universal. Altri, come Turner e Disney, hanno ridotto da tre a due il numero di canali rispetto al progetto iniziale.

Le tv locali, a loro volta, sono in crescente difficoltà: devono far fronte ai costi per il passaggio al digitale e, nelle regioni all digital, si trovano a competere contro un’offerta Rai e Mediaset moltiplicata e non più solo generalista ma anche tematica o indirizzata a target ben precisi, come Boing (51% Mediaset, 49% Turner), nonchè forte della promozione sulle rispettive reti analogiche. E si trovano a competere con i gruppi internazionali che non hanno rinunciato, come Jetix, Disney, Turner.

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Le tv locali rischiano di pagare oggi anni di silenzio sullo squilibrio di risorse nel sistema analogico. Squilibrio che hanno “coperto” grazie al loro numero che avrebbe, di per sè, fatto pluralismo. In analogico le locali hanno potuto sopravvivere (a scapito della qualità dei programmi), grazie alla pre-sintonizzazione sul telecomando, sull’avviamento, sulle frequenze mai assegnate ma che diventavano nei fatti un asset da far valere sul mercato. Con il digitale cambia tutto. O le frequenze assegnate in Sardegna saranno oggetto possibile di trading? Il Ministero dovrebbe chiarirlo.

Nelle regioni all digital vale l’assegnazione del 40% della capacità trasmissiva, destinata dalla legge alla fase di transizione prima dello switch off?

Quanto di tutto ciò verrà detto nella Conferenza Nazionale sul Digitale Terrestre di gennaio a Roma? Ma, allora, di cosa si parlerà?

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