Tv. Restaurazione Rai: il governo deve studiare giuste mosse. La Spagna insegna

Il premier ha sentenziato che “La Rai non è dei giornalisti e dei sindacati della Rai. È dei cittadini. Non vogliamo decidere i capiredattori o mettere i “nostri”.

Vogliamo prenderla, eliminare gli sprechi, e restituirla ai cittadini che sono i veri titolari del servizio pubblico”. Lo abbiamo sentito e visto con i nostri occhi, su giornali, radio e interviste tv: il neonato governo renziano ha voglia di intervenire sulla televisione di stato – anche se nessuno ha ancora ben capito quali saranno le modalità -. Si è parlato della possibilità di abolire il tanto odiato canone (entrata fissa per Rai, pari a 1,76 mld di euro nel 2013) e sostituirlo con altri tipi di sovvenzioni, di riscuoterlo legandolo alla bolletta elettrica o addirittura al nucleo famigliare (provvedimento che, come ricorderanno i nostri lettori, risulterebbe altamente impopolare al punto che nessun politico pare volersene assumere la responsabilità e tutti si danno alla macchia), di eliminare la pubblicità o di limitarla conservandola soltanto su un canale. Su quest’ultimo fronte pubblicitario è bene gettare uno sguardo d’insieme sul panorama europeo: zero pubblicità per Bbc nel Regno Unito, France Télévision dal 2009 ha cancellato gli intervalli pubblicitari dalle ore 20 alle 6 del mattino e anche in Germania Ard e Zdf non trasmettono spot dopo le 20 e durante il giorno le inserzioni non possono superare la soglia dei 20 minuti (con divieto di interrompere film o eventi sportivi). Anche in Spagna il servizio pubblico Tve ha abolito gli spot, fatta eccezione per quelli in occasione degli eventi sportivi e dei patrocini culturali: la tv di Madrid non ha mai posseduto un canone ed è sempre stata finanziata unicamente dalla pubblicità fino al 2010, quando il governo Zapatero decise di abolire qualsiasi forma di spot, sovvenzionandola unicamente con una tassa del 3% sulle emittenti private e dello 0,9% sulle compagnie telefoniche attive nel settore televisivo. Perché questa scelta? A partire dal 1990, quando cioè il mercato si è esteso anche ai network privati, le guerre di audience e le battaglie sui prezzi hanno iniziato ad affossare Tve, causando inevitabilmente grosse perdite: a causa della dura crisi economica e finanziaria, la tv di stato capisce che non si può più vivere di sola pubblicità. Ecco spiegata la manovra di Zapatero che, se inizialmente ha permesso l’entrata nelle casse di Tve di 1,2 mld di euro, in breve tempo ha dovuto fare i conti con due – inaspettati – fattori negativi: in primis la forte sindacalizzazione del personale che ha fatto lievitare le dinamiche dei costi salariali (il 40% delle entrate si riversa negli stipendi, contro il 30% degli anni precedenti), affiancata poi dai tagli del governo Rajoy, successore di Zapatero, che hanno ridotto enormemente i fondi destinati alla tv pubblica. Risultato? Negli ultimi tre anni Tve è stata costretta ad applicare un risparmio sui palinsesti che ha generato un forte tracollo delle audience di La1 e La2, le più antiche emittenti pubbliche spagnole nate rispettivamente nel 1956 e nel 1966 (come a dire “senza spot meno ascolti”). Maurizio Carlotti, vicepresidente di Atresmedia, polo multimediale spagnolo controllato da Planeta DeAgostini e Rtl Group, ha spiegato (come si legge sulle pagine di ItaliaOggi in un articolo di sabato 10 maggio) che “Se in Italia venisse tolta la pubblicità alla Rai, la maggior parte degli investimenti resterebbe comunque nel settore televisivo. Probabilmente sarebbero premiati di più Sky, La7 o Discovery, poiché Mediaset è già pianificata in tutte le campagne televisive nazionali”. Carlotti in merito agli obiettivi della tv pubblica ha dichiarato “deve informare, e sono d’accordo, deve formare, ed è giusto, ma perché deve intrattenere? Chi lo ha detto? La tv pubblica, quando esiste un sufficiente livello di concorrenza tra privati, non deve puntare all’audience, deve limitarsi a fornire ai cittadini quello che la tv privata non fornirebbe mai”. Inutile quindi scannarsi in battaglie per acquisire i diritti sportivi o spendere milioni di euro per varietà concorrenziali alle emittenti private: è bene secondo il vicepresidente di Atresmedia che le tv nazionali si focalizzino su programmi e prodotti esclusivi di servizio pubblico. Quello di Maurizio Carlotti pare essere un chiaro monito diretto al premier Renzi. Historia docet: prima di mettere mano nel vespaio Rai sarebbe opportuno prendere tutte le precauzioni possibili, per evitare di peggiorare una situazione che di certo non è già delle più rosee. (V.R. per NL)
 
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