Venti di riforma per il processo tributario. Un solo grado di giudizio preceduto da un tentativo di conciliazione in sede amministrativa

La proposta di riforma del processo tributario oggi maggiormente in quota presso il Ministero dell’Economia conterebbe un contenzioso giudiziario che si esaurirebbe innanzi alla Corte di Cassazione, preceduto da un unica fase stragiudiziale – in sostituzione delle Commissioni Tributarie Provinciali – avanti ad un organo amministrativo ad hoc (terzo ed imparziale) che curerebbe un primo approccio ai fini della composizione della lite.

Il nocciolo duro della proposta, infatti, conterebbe l’introduzione di una fase pre-contenziosa rafforzata, sulla falsariga della mediazione civile che a giorni potrebbe (timidamente e a quanto pare nella totale disorganizzazione degli organismi preposti) prendere le mosse. In proposito, l’attività di questa sorta di camere di conciliazione dovrebbe essere ritagliata con maggiore attenzione allo strumentario di tipo prettamente amministrativo a disposizione per comporre le controversie tra Fisco e contribuenti nel contraddittorio tra le parti. Nessuna proposta concreta trapela su questo fronte, se non un generico riferimento agli istituti dell’adesione all’accertamento, dell’acquiescenza e dell’autotutela, con particolare attenzione per quest’ultima, prerogativa erariale che – ad oggi – raramente viene perseguita dall’Amministrazione finanziaria (e più in generale dalla P.A.). In particolare, gli Uffici periferici del Fisco appaiono talvolta impreparati ed ingessati innanzi alle rivendicazioni di cittadini ed imprese, convinti che la parola “annullamento” non possa che fare da pendant a quella di “processo”, unica sede deputata a pronunciarla. Proprio per questo c’è chi sostiene addirittura che gli organi di composizione delle liti tributarie potrebbero essere composti da giudici ordinari (cfr. Italia Oggi, 05/03/2011, p. 25), ovvero costituiti quale organismi amministrativi indipendenti che consentano di rendere ancora più efficaci i meccanismi deflattivi del contenzioso che in Italia – nella materia delle imposte – ha raggiunto proporzioni allarmanti. Sul punto, basti pensare che in Francia, dove il filtro stragiudiziale restituisce ottimi risultati, nel 2009 sono stati introdotti circa 16.500 procedimenti giudiziari in materia di imposte, meno degli oltre 17.500 ricorsi che – nello stesso anno – la sola C.T.P. di Milano si è vista depositare in cancelleria, a fronte di un monte di processi introdotti in primo e secondo grado che superano le 700.000 unità (cfr. Il Sole 24 Ore, 07/03/2011, p. 3). Insomma, la riforma della quale si sta discutendo sembrerebbe dettata – oltre che da ragioni di giustizia – soprattutto dall’ipertrofia delle liti tributarie, unitamente all’impossibilità di un organico impiegato nelle Commissioni che ha subito dal 1992 ad oggi una diminuzione di quasi il 50%, passando da 8.424 unità a poco più di 4.500 addetti, risorse umane da sole incapaci di fronteggiare un incremento del contenzioso che ha registrato un’impennata, secondo i dati della Direzione Generale delle Finanze, del 2,49% nel 2008 e del 6,22 % nel 2009 (cfr. Italia Oggi, cit). In buona sostanza, puntando sul proposto filtro d’ingresso, il Ministero vorrebbe ritrovare il baricentro del contenzioso tributario riducendo al minimo le cause trattate dai giudici. I primi commenti che giungono a margine di queste indiscrezioni della prima ora sulla proposta di riforma, restituiscono la forte preoccupazione dell’Associazione magistrati tributari (AMT) che – per bocca del presidente Ennio Attilio Siepe, in una nota inoltrata lo scorso 1 marzo ai colleghi degli altri organismi di categoria ed ai vertici dell’avvocatura – chiosa scetticamente sulla “sostituzione di un grado di giudizio con una fase pre-contenziosa, di natura amministrativa”, paventando “un netto abbassamento della tutela giurisdizionale del contribuente” (cfr. Il Sole 24 Ore, cit.), soprattutto in considerazione del fatto che sembrerebbe in quella fase non volersi prevedere l’obbligatorietà della difesa tecnica del cittadino istante. Timore raccolto anche dal prof. Gianni Marongiu – ordinario di diritto tributario e padre dello Statuto del Contribuente – che paventa nella fase conciliativa il pericolo di uno squilibrio “tra un contribuente inesperto che si troverebbe di fronte ad una burocrazia superpreparata”. Infine, a preoccupare i commentatori è la paventata ipotesi di una magistratura tributaria esclusivamente togata, stante l’attuale composizione delle Commissioni costituite per il 76% da giudici laici (spesso i veri esperti delle questioni trattate), che difficilmente potrebbero essere rimpiazzati in tempi brevi. (S.C. per NL)
 
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