Viaggio nelle Micro Web Tv. Pnbox, la tivù che fai tu. La tivù che non fa “concorrenza” a Murdoch

Pnbox Tv non è solo web tv. Si tratta di un esperimento, ormai consolidato, di unire la vita cittadina all’informazione, passando per la ristorazione e un progetto di cucina a km zero con wi-fi gratuito per tutti gli avventori (suggeriamo di visitare il sito www.pnbox.tv).

Insomma, un business che funziona e proprio perché funziona non può essere rallentato dalle recenti regolamentazioni Agcom che, secondo molti, rischiano di sgretolare delle micro realtà imprenditoriali già sul nascere (e soprattutto quando hanno indubbio successo). Del resto, come dicono a Pnbox, a chi devono fare concorrenza le web tv? A Murdoch? In proposito risponde Francesco Vanin.
 
Quando e perché nasce Pnbox Tv? Qual è la mission di Pnbox Tv?
 
Pnbox nasce nel settembre 2006 dall’idea di tre amici che avevano in mente un progetto di televisione “al contrario”, una televisione che non parte da pochi per arrivare a molti, ma che nasce dai cittadini per arrivare ai cittadini stessi, quindi da molti a molti, senza alcun filtro giornalistico o editoriale. Nel 2011 la mission di Pnbox è rimasta la stessa: essere una finestra a cui i cittadini, in maniera totalmente gratuita, possano affacciarsi per comunicare con gli altri.
 
Come si articola il palinsesto di Pnbox Tv? Con quale periodicità aggiornate i contenuti?
 
Più che di palinsesto si tratta di offerta di contenuti. Pnbox mette in onda ogni settimana una decina di nuovi filmati. Questi filmati sono visibili direttamente dall’home page a rotazione, oppure in modalità “on demand” dalla categoria “Questa settimana”. La settimana successiva questi filmati vengono sostituiti da 10 nuove clip, ma non scompaiono dall’archivio di Pnbox. Vengono suddivisi per categoria (attualità, politica, sport, sociale, cultura, mangiare, arte, etc.) e restano sempre reperibili online. Così Pnbox diventa non solo tv, ma anche mediateca del territorio.
 
Perché scegliere il mezzo di internet per diffondere i contenuti di Pnbox Tv? I vostri contenuti sono trasmessi anche su canali satellitari o digitali terrestri? In caso contrario, avete mai pensato di proporvi agli operatori di rete locali come fornitori di contenuti?
 
Per noi il futuro è il web e, sicuramente presto, vi sarà una convergenza tra diverse tecnologie. Satellite, digitale terrestre e web si convoglieranno in un unico monitor, una volta chiamato televisore. Questo sta già accadendo. E’ vero che alcuni nostri format li forniamo alle Tv “tradizionali”, ma quel modo di far televisione proprio non ci interessa.
 
Come descrivereste il web-spettatore di Pnbox Tv? E’ possibile circoscrivere il vostro target?
 
Sì in chiave psicografica; meno in chiave demografica. Verifichiamo sistematicamente ciò che succede su Pnbox da questo punto di vista. Lavoratore e studente, acculturato, interessato all’approfondimento, questo è il profilo.
 
Se il citizen journalism è oggi un fondamentale contributo degli utenti alla pubblicazione di prodotti audio e video online, lo favorite in qualche modo?
 
Certo. Pnbox ha un pay-off che parla da solo: “la tivù che fai tu” (marchio registrato). Ogni settimana riceviamo video dall’esterno, non prodotti da noi. Non esiste censura ideologica, ma solo prevenzione nell’evitare che vengano pubblicati filmati che contravvengano le norme vigenti e i diritti altrui. Per ora, dopo quattro anni e più di 5.000 filmati in rete, non ci è ancora successo di aver censurato qualcuno.
 
Di quante e quali figure professionali necessita la vostra web tv per realizzare e trasmettere i propri contenuti? Ci sono anche volontari che collaborano con la vostra web tv?
 
Tutti i cinque collaboratori di Pnbox sono regolarmente contrattualizzati e retribuiti. I volontari ci sono eccome: sono i cittadini. Le figure professionali provengono prevalentemente dal corso di laurea di Scienze e Tecnologie Multimediali o da Scienze della Comunicazione. Il concetto di troupe è abbondantemente superato. Chi lavora da noi deve saper interloquire col soggetto che sta di fronte alla telecamera, deve contemporaneamente saper fare le riprese, saper posizionare le luci, saper fare il montaggio e deve avere uno spiccato senso musicale. Ogni clip deve essere una piccola opera d’arte, un quadro. Nessuno è specialista in niente, chi registra un pezzo sullo sport la settimana seguente potrà ritrovarsi a trattare di moda o occuparsi di un dibattito politico, mentre, come dicevo, il lavoro è totalmente verticalizzato.
 
Cosa ne pensate delle tv connesse ad internet? Potranno supportare la veicolazione dei vostri contenuti e diventare valide alternative alle piattaforme del DTT o del satellite?
 
Se per tv connessa ad Internet si intende il broadcast tradizionale, la tv che non è on demand su Internet ha poco senso. Guardarsi Canale 5 su Internet è una doppia tortura. I contenuti si veicolano col marketing virale e con i social network. Mediaset dovrebbe stendere un bel tappeto rosso dove passa Youtube per l’enorme servizio gratuito che gli fa da anni nel dare l’on demand, cosa che da sola non è in grado di fare. Tutti i vari sketch di Mai dire gol, Paperissima ecc. non potrebbero essere così diffusi se non ci fosse la Rete (con la “R” maiuscola, data l’importanza), che li lascia a disposizione e li diffonde con il marketing virale. E quindi, molti che come me la Tv “non se la filano per niente”, comunque vedono contenuti di quei canali tv.
 
La raccolta pubblicitaria sul web sta crescendo negli ultimi anni? Come si sostiene la vostra web tv?
 
Dicono che la raccolta stia crescendo, in termini percentuali a doppie cifre; in termini assoluti ci sono margini di crescita ancora enormi. Noi ci sosteniamo con un progetto realmente stravolgente: da un lato produzioni televisive per le amministrazioni pubbliche e sempre più per i privati; dall’altro abbiamo aperto a tutti i nostri studi televisivi inserendoci bar e ristorante (www.pnboxstudios.tv) con un progetto di cucina km 0, acqua e wi-fi gratuiti in quanto principi vitali. Anche durante la registrazione degli spettacoli la gente entra e assiste o partecipa. Quindi anche chi mangia da noi un piatto di crudo di San Daniele di fatto contribuisce alla crescita della nostra Tv. I nostri avventori è come se fossero piccoli azionisti. In sintesi abbiamo imparato a gestire gli acquisti dai software alle patate. Scherzi a parte, di fatto ci sono tre business unit: redazione, ristorazione ed eventi e spettacoli live, e l’uno si incastra con l’altro. Sembra facile, ma…
 
Quanto al recente regolamento approvato dall’Agcom, pensate che possa essere utile per fare ordine nel settore delle produzioni web, siano esse radio o tv? Chi sorpassa i 100mila euro di fatturato può effettivamente divenire competitivo nei confronti dei contenuti diffusi con i mezzi tradizionali?
 
Si vede che chi l’ha scritto non ha la più pallida idea di come funzioni la Rete o un’azienda sul Web. In primis, Internet da quando è nata si autoregola per definizione e non ha certo bisogno di vincoli, non fosse altro perché non ha confini territoriali né strutture gerarchiche. Già definire nella normativa italiana appena approvata “grande pubblico” è di per sé una fesseria. Cos’è il grande pubblico visto che non esistono confini geografici? Si misura in visitatori unici? Va bene, ma quanti, 1.000, 10.000, un milione? Oppure in click? Oppure in pagine visitate? Quante? E’ chiaro che sono stati applicati criteri e parametri televisivi tradizionali ad una realtà che ha un funzionamento non paragonabile. 100mila euro sono un fatturato ridicolo se un editore vuole mettere in piedi seriamente una tv. Basta che paghi un contratto d’affitto di un capannone di 300 mq, luce e gas e due impiegati, ecco che il suo break even è già a 100mila euro e oltre. Sono stati buttati dei numeri a casaccio senza un minimo di cognizione di causa. Con 2 impiegati e un capannone a chi faccio concorrenza, a Murdoch? Ma per piacere. Il fatto ancor più grave è che il web in Italia era ormai l’unico e l’ultimo baluardo del liberismo nella sua migliore accezione: ha bassissime barriere all’ingresso, chiunque può accedervi e i migliori vanno avanti. E i nostri governi liberisti che fanno? Appena il business comincia a muoversi positivamente anziché sostenerlo gli impongono regole, burocrazia, balzelli, controlli. Alla faccia del Ministero per le Semplificazioni. Signore e signori, benvenuti nel terzo mondo!
 
(a cura di M.M. e D.A. per NL)
 
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