Youtube e gli (ab)usi per “difendere” il diritto d’autore

Oggi, sul noto blog Radio Music Smile, è apparso un post, firmato da “Ale”, in cui si parlava di un argomento un po’ estraneo al mondo radiofonico, ma comunque legato a quello dei media.

“Ale” raccontava che nella notte tra l’11 e il 12 novembre, Youtube avrebbe disattivato alcuni canali al cui interno erano stati caricati video con spezzoni di trasmissioni Mediaset. L’azienda televisiva  avrebbe dato ordine, a quanto pare, di rimuovere interi canali per il solo fatto che vi fossero dei filmati d’archivio di vecchie trasmissioni, come ad esempio estratti dei “Mai dire gol” degli anni Novanta. È giusto, oppure no? Youtube, realmente, viola il diritto d’autore rendendo fruibili video prodotti  da aziende commerciali o, comunque, private? In linea di massima, Youtube  proibisce la pubblicazione di video coperti da copyright, appartenenti ad aziende televisive, case discografiche, produttori cinematografici e  quant’altro. Come tutti sanno, però, i video vengono pubblicati direttamente dagli utenti, appartengono a loro archivi personali, hanno una bassa  risoluzione, oppure fanno parte (sono lo sfondo, la colonna sonora) di produzioni realizzate da privati cittadini. Youtube, per difendersi, si è spesso appellato al “fair use”, l’utilizzo leale, per l’assenza di scopo di lucro e, appunto, per la bassa risoluzione che spesso hanno i filmati. Non è notizia di oggi, però, il numero infinito di cause intentate contro il colosso del video sharing, di proprietà di Google, per violazione del copyright. Cantanti, major discografiche, network televisivi come BBC, Viacom e, non ultima, Mediaset, hanno intentato cause milionarie e hanno costretto il portale a rimuovere centinaia di migliaia di video. Ora, la realtà è leggermente differente da ciò che comunemente si crede. Quando parliamo di video rimossi da Youtube, spesso non sappiamo che il portale – nella maggior parte dei casi – non rimuove fisicamente e in prima persona i  contenuti. Come spiegato minuziosamente dal blog Byoblu, infatti, i produttori audiovisivi posseggono un meccanismo di rimozione indipendente, per cui in qualsiasi momento possono operare censure e blocchi lasciandone Youtube all’oscuro. È una realtà, non v’è dubbio, che gli editori abbiano a disposizione veri e propri team che setacciano il web alla ricerca di contenuti potenzialmente lesivi dei propri diritti d’autore. I video segnalati dal team vengono inseriti nel cosiddetto Contenmediaset2 1 - Youtube e gli (ab)usi per “difendere” il diritto d'autoret Id, il sistema di individuazione di materiale “pirata”, e l’editore può scegliere se inserirci un annuncio pubblicitario e, quindi, renderlo lucrativo, oppure bloccarlo. In tal caso il proprietario del canale riceve una segnalazione, e gli è impossibile tornare a caricare il video. Nel luglio 2008, Mediaset ha citato Youtube in giudizio, presso il Tribunale di Roma, chiedendo un risarcimento di 500 milioni di euro per il presunto caricamento illecito di alcuni video con spezzoni del Grande Fratello e nel dicembre 2009, il Tribunale ha disposto la rimozione dei video incriminati. Si è trattato, però, di un provvedimento cautelare, in attesa della decisione definitiva. Ora viene da chiedersi: ma in che modo questi video ledono l’azienda produttrice? La risposta è semplice: per quanto concerne i video di “Mai dire gol” recentemente spariti, ad esempio, è in uscita in queste settimane (come riferisce sempre il blog Radio Music Smile) una collana di dvd prodotti da Mediaset con “il meglio di…” delle trasmissioni della Gialappa’s band degli ultimi vent’anni, quindi tutti i “Mai dire…”. Altra ragione è l’imminente lancio del nuovo canale digitale Mediaset Extra, che ricalca l’esperienza di Rai Extra e ripropone pezzi d’archivio delle trasmissioni degli anni passati: chi ha visto già tante volte lo spezzone in rete, non sarà più interessato a vederlo e, trovandolo in tv, cambierà canale. Per quanto concerne i filmati del Grande Fratello, infine, essendo il programma, a quel tempo, il contenuto più visto dell’intero panorama televisivo Mediaset, veniva spesso riproposto all’interno di trasmissioni di contorno che, inevitabilmente, entravano in concorrenza con la rete. Su questi aspetti la situazione è chiara. Ci sono, però, a volte, situazioni in cui le aziende, forti della possibilità di decidere del futuro di un video in base alle violazioni del copyright, travalicano un po’ i confini e abusano di questo loro potere. È ciò che pare sia accaduto, secondo quanto pubblicato su it.answer.yahoo.com da un utente che intendeva spiegare il meccanismo di funzionamento della censura online sui portali di video sharing. Censura che, occorre ricordarlo, può essere facilmente, oramai, aggirata attraverso il collegamento a server come Undeletube, DeletedYoutubeViewer o Deletube, dove i video bloccati o cancellati vengono salvati e restano visibili. Ma torniamo agli abusi. L’utente in questione segnalava nove mesi fa la sparizione di un video prodotto da Marco Travaglio (registrato dallo studio della sua abitazione e perfettamente amatoriale), dal titolo eloquente “i Bertoladri”, destinato alla settimanale rubrica “Passaparola”, in rete ogni lunedì sul sito di Beppe Grillo. Il video in questione riguardava i noti fatti attribuiti dalla Procura di Roma ad esponenti della Protezione Civile e a Guido Bertolaso, riguardanti presunti scambi di favori tra l’organo nazionale, dipendente dalla Presidenza del Consiglio, e alcuni imprenditori. Ora, come sempre accade, il video era finito su Youtube. Pochi giorni dopo, però, viene rimosso e a chi ci clicca su appare la scritta “Questo video non è più disponibile a causa di un reclamo di violazione del copyright da parte di Mediaset”. Al gestore dell’account qualcosa inizia a non tornare e allora decide di sporgere un reclamo a Youtube per chiedere quale mai possa essere la violazione del copyright di Mediaset in unGrande20Fratello20You20Tube 1 - Youtube e gli (ab)usi per “difendere” il diritto d'autore video amatoriale, registrato dall’ufficio di casa Travaglio e pubblicato su un blog. La risposta di Google, proprietario del sito, non si fa attendere: si è trattato di “una conseguenza della causa civile intentata da Mediaset nei confronti di Youtube per la pubblicazione di alcuni stralci del Grande Fratello”. A questo punto l’accounter perde completamente in filo. Ma Google si spiega, in una nota del suo ufficio stampa: “Per ordine del giudice della causa civile promossa dinnanzi al Tribunale civile di Roma da RTI contro YouTube – scrivono -, ci è stato ordinato di consentire al Consulente incaricato dal giudice di effettuare verifiche sul corretto funzionamento del sistema di Content ID. La rimozione del video in questione è avvenuta nel corso di queste verifiche ad insaputa di YouTube. Non appena abbiamo avuto notizia ci siamo attivati per risolvere l’inconveniente contattando il Consulente. Va ricordato che YouTube è un hosting Service Provider e nel caso di segnalazioni relative al copyright ha l’obbligo di rimuovere i contenuti segnalati”. Questo è quanto si apprende dal blog Piovono rane. Quindi, la sostanza sarebbe questa: Mediaset avrebbe, quindi, incaricato un Consulente di controllare la pubblicazione di estratti del Grande Fratello ma questo si sarebbe fatto prendere la mano e avrebbe bloccato nientemeno che un video di Travaglio, che nulla c’entra, fino a prova contraria, con Grande Fratello o Mediaset, in cui il giornalista attaccava il presidente del Consiglio. Il video è stato ripristinato ma la notizia, se confermata, avrebbe dello sconvolgente e travalicherebbe, senza l’ombra di un dubbio, il limite sempre un po’ incerto della censura. L’azienda, si sarebbe servita di un mezzo lecito come il controllo del web per la segnalazione di violazioni del diritto d’autore, per fini di natura politica e censoria. La ragione? Sarà quella indicata da Bernie Lomax, in uno dei commenti in coda al post: forse la misura è scattata “perché nella libreria alle spalle di Travaglio c’erano dei titoli Mondadori”. O, forse, si è trattato semplicemente di una svista: ma che casualità, no? Battute a parte, gli interventi “preventivi” nei confronti della rete non riguardano certo solo Mediaset o quella parte politica. Chi è senza peccato scagli la prima pietra si diceva nella Bibbia. Non la scaglierebbe, in questo caso, il Partito Democratico. Sempre sul blog Byoblu, infatti, si parla di una “marachella” del consueto team di setacciatori dei produttori audiovisivi, questa volta facenti capo a You Dem, la tv del Pd. Ricordate la contestazione nei confronti del Presidente del Senato Schifani, ai primi di settembre, nel corso della Festa Democratica a Torino? Quella contestazione che Fassino etichettò come “squadrista”? Ecco, un utente anonimo della rete, il giorno successivo il fatto, postò un commento sull’accaduto, allegandovi un video, tratto da Youtube, che riprendeva i momenti “caldi” della protesta. Video che il giorno precedente era stato trasmesso, appunto, da You Dem. Con gran sorpresa dell’autore del post, però, poche ore dopo, il video che accompagnava il suo commento non era più visionabile: bloccato, chiuso, censurato dal team di You Dem che controlla la viralizzazione in rete delle proprie produzioni. Al suo posto, su Youtube, pare ironico ma è vero, v’era il celebre duro commento dell’ex segretario Ds che accusava il “popolo viola” di “squadrismo”. Questo caso, certo, presenta caratteristiche diverse dal precedente perché gli editori non hanno avuto bisogno di appellarsi a un’improbabile svista nella rimozione dei contenuti, ma hanno potuto tranquillamente argomentare che si trattasse di un presunto caso di violazione del copyright. Nonostante ciò, il dubbio che si sia trattato di un intervento politico per non rendersi responsabili di potenziale appoggio “internautico” alla contestazione nei confronti della seconda carica dello Stato, resta più che lecito. Così come il dubbio che questo genere di “piccole” misure per far sì che i produttori audiovisivi abbiano le mani meno legate nell’impedire in tempo reale eventuali violazioni dei propri copyright, finiscano per dar loro via libera con troppa facilità a quel blocco sistematico di contenuti sgraditi, che i più pessimisti chiamerebbero censura. (G.C. per NL)
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