Agcom: anche i finiani la vogliono più forte e indipendente

In questi giorni la XIV Commissione del Senato (politiche dell’Unione Europea) riprende l’esame della cosiddetta “legge comunitaria”, ovvero quel provvedimento che delega il governo a emanare una serie di decreti legislativi di recepimento delle direttive europee.

Tra queste ultime ci sono anche la 2009/136/CE e la 2009/140/CE, che riguardano il mondo delle comunicazioni elettroniche e aggiornano la normativa relativa a servizio universale, diritti degli utenti e tutela della privacy. Un testo complesso, che tra l’altro potrebbe portare sostanziali modifiche alla legislazione nazionale anche in materia di gestione dello spettro radio, al centro delle note polemiche di questi giorni tra televisione digitale e internet mobile. Infatti molti degli emendamenti presentati, soprattutto dall’opposizione, puntano a delimitare in maniera specifica l’azione futura del governo proprio sulla spinosa questione delle frequenze, bene prezioso e sempre più conteso. C’è però una singola proposta di modifica, presentata dai senatori del FLI Saia e Germontani, che vuole venga sancito un principio più generale, ovvero il “rafforzamento dell’indipendenza dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, anche garantendo che i componenti dell’organo collegiale, nominati tra persone di notoria indipendenza, non sollecitino né accettino istruzioni da alcun altro organismo nell’esercizio dei propri compiti, nonché prevedendo che questi possano essere sollevati dall’incarico solo se non rispettino le condizioni prescritte per l’esercizio delle loro funzioni”. C’è da credere che, se i due senatori non appartenessero a “Futuro e Libertà” e non rieccheggiasse il caso del consigliere Giancarlo Innocenzi, membro dell’Agcom sorpreso da un’intercettazione a prendere ordini e sfuriate dal Presidente del Consiglio, nessuno avrebbe considerato né l’emendamento né l’intera legge comunitaria. Invece la notizia è uscita con un certo rilievo e ha fatto il giro della rete, soprattutto in relazione al parere negativo che Paolo Romani, neo ministro dello sviluppo economico, avrebbe espresso nel merito della questione. Ciò che ci si dovrebbe chiedere, in ogni caso, è quanto questa enunciazione di principio possa effettivamente determinare una qualche conseguenza positiva sull’effettiva indipendenza dell’Autorità di garanzia. Quale efficacia normativa può avere il concetto di “notoria indipendenza”? E chi potrà mai controllare che i consiglieri non accettino né sollecitino istruzioni da altri organismi? E non dimentichiamoci che stiamo parlando di una legge delega, il cui ruolo è solo quello di definire i vaghi e labili confini entro i quali dovranno manovrare i conseguenti (e ben più importanti) decreti governativi. Un’operazione di immagine quindi, o meglio l’ennesimo tentativo di ottenere visibilità da parte del movimento di Fini. Del resto non è certo a causa di una lacuna normativa se le autorità di regolazione in Italia non riescono ad essere indipendenti dal potere politico. Semmai una mancanza di cultura democratica, che non si cura a colpi di emendamenti. (E.D. per NL)
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