Caso “Intercettazioni Telecom”: l’editoria ne esce malconcia

Brevi considerazioni sul pluralismo dell’informazione e nell’informazione.
I più recenti sviluppi del caso Telecom, al di là degli aspetti giudiziari, hanno finito per portare in primo piano i problemi ancora irrisolti del sistema editoriale-informativo italiano, della sua credibilità, della sua capacità di rispondere alle esigenze di informazione di una società pluralistica, attraverso un’offerta di mezzi diversificata nella sua impostazione e nella lettura degli eventi. Il modo in cui le vicende delle intercettazioni e dei dossier alla Telecom sono state proposte al pubblico resta, infatti, avvolto in un clima di scarsa trasparenza, dovuto all’assetto proprietario della maggioranza degli strumenti di informazione italiani. Non si tratta tanto di circostanze di fatto, su cui spetta eventualmente alle autorità preposte fare luce (visto che tra gli intercettati figura anche un dirigente Agcom), quanto alla posizione soggettiva del lettore, che deve essere in condizione di avere un rapporto di fiducia con il giornale che acquista e con i giornalisti che vi lavorano. E’ un rapporto di fiducia che invece tende a sfaldarsi, stando, almeno, oltre che alla cronica bassa diffusione dei quotidiani in Italia, all’attuale disaffezione dei lettori, che emigrano sempre più rapidamente dalla carta stampata verso forme di informazione più dirette e trasparenti, come testimoniano i risultati di vendita di tanti giornali diffusi in questi giorni. In questo ambito il tema della proprietà dei mezzi di informazione e della normativa che ne regola il mercato divengono elementi cruciali. Non è un caso se la prima ragione che giustificò, a suo tempo, il varo di una legge sull’editoria e sulle provvidenze ad essa destinate fu l’esigenza di far apparire in maniera certa la figura dell’editore (al tempo sfumata). Si trattava, allora come oggi, di scongiurare il pericolo che il sistema dell’informazione potesse essere anche solo sospettato di essere condizionato da più o meno opachi interessi economici o politici. Sul caso Telecom, dunque, molte riflessioni andranno fatte, da parte di tutti, a cominciare dalla categoria dei giornalisti che, per il momento, attraverso le sue istituzioni, tace. Ma sarebbe semplicistico e riduttivo attribuire quanto avvenuto ad una presunta inadeguatezza dei giornalisti o al conformismo che appiattisce l’informazione e penalizza le voci fuori del coro. La questione di fondo, da cui dipende la stessa qualità del lavoro dei giornalisti, riguarda l’intero sistema editoriale italiano, caratterizzato dall’assenza di editori puri, di imprenditori ed aziende, cioè, che nella produzione e vendita di giornali vedano l’unica ragione di operare e l’unica fonte di reddito. In realtà tutto il sistema si caratterizza per una situazione di latente conflitto di interessi, a causa di proprietà che fanno capo a gruppi industriali o finanziari, spesso più interessati al semplice controllo degli strumenti di informazione che alla loro efficienza e redditività. Il proposito del governo di rimettere mano in maniera innovativa alla legge sull’editoria ed al sistema dei contributi, ora più orientato alla sopravvivenza di qualunque testata che alla valorizzazione della qualità ed all’esaltazione della concorrenza, diviene perciò oggi una necessità ineludibile. In ogni caso, lo scandalo delle intercettazioni Telecom si configura come una violazione talmente vasta e sconcertante di diritti costituzionalmente garantiti da fare impallidire le schedature dello Hoover di casa nostra, Federico Umberto D’Amato, gran capo dei servizi italiani più compromessi della storia repubblicana. (M.P. per NL)
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