Cassazione: diritto di cronaca e critica

La critica deve essere riferita a fatti di pubblico interesse realmente accaduti perché all’autore possa essere riconosciuta l’esimente dell’esercizio di un diritto


dalla newsletter www.odg.mi.it, il portale diretto da Franco AbruzzoLa critica deve essere riferita a fatti di pubblico interesse realmente accaduti perché all’autore possa essere riconosciuta l’esimente dell’esercizio di un diritto (Cassazione Sezione Quinta Penale n. 7662 del 23 febbraio 2007, Pres. Foscarini, Rel. Didone). L’esimente del diritto di critica può rendere non punibili espressioni anche aspre e giudizi che di per sé sarebbero diffamatori, tesi a stigmatizzare un comportamento realmente tenuto dal personaggio pubblico, ma non può scriminare la falsa attribuzione di una condotta scorretta, utilizzata come fondamento per la critica. Il diritto di cronaca e quello di critica, invero, si differenziano essenzialmente perché per l’esercizio di quest’ultimo il limite della continenza è assai meno rigido, mentre non è vero che gli altri presupposti richiesti per riconoscere l’esimente di cui all’articolo 51 c.p. – la verità del fatto attribuito e l’interesse pubblico al fatto narrato e/o criticato – siano diversi per i due diritti. La critica si articola in due momenti logici che vanno tenuti ben distinti; il primo è caratterizzato dalla esposizione del fatto attribuito all’uomo politico, il secondo dalle critiche che alle p arole pronunciate o ai comportamenti assunti dalla persona oggetto di attenzione vengono rivolte. Non vi può essere alcun dubbio che il fatto che costituisce il presupposto delle espressioni critiche debba essere vero, perché non può essere assolutamente consentito attribuire ad una persona comportamenti mai tenuti o frasi mai pronunciate e poi esporlo a critica come se quelle parole e quei fatti fossero davvero a lui attribuibili. Quindi in ordine alla verità del fatto che costituisce il presupposto della critica non è ravvisabile nessuna differenza apprezzabile tra l’esercizio del diritto di cronaca e di critica, dal momento che entrambe le esimenti richiedono la verità del fatto, e le modalità espressive – continenza – del concreto esercizio dei due diritti. E’ certamente vero che la verità assoluta non esiste e che la realtà non può essere percepita in modo differente; cosicché può accadere che due narrazioni dello stesso fatto presentino delle divergenze, talvolta anche marcate, perché ciascuno può dare risalto ad aspetti specifici dello stesso accadimento, determinando così percezioni e, quindi, conseguenti valutazioni differenti. Ma ciò non può accadere per specifici comportamenti attribuiti ad una persona. (www.legge-e-giustizia.it). Critica in modo “graffiante” ma.. In materia di responsabilità civile per notizie diffuse a mezzo stampa, il diritto di critica giornalistica può essere esercitato anche in modo “graffiante”, ma con il parametro della proporzione tra l’importanza del fatto e la necessità della sua esposizione anche in chiave critica ed i contenuti espressivi con i quali la critica è esercitata. Pertanto la critica non deve trascendere in attacchi e aggressioni personali diretti a colpire, sul piano individuale, la figura morale del soggetto criticato. (Nella specie, in applicazione dei principi soprariportati, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto lesivi della dignità di un magistrato alcuni apprezzamenti giornalistici, relativi ad un’indagine condotta da quest’ultimo, secondo i quali si trattava di un soggetto confusionario, sostanzialmente privo di professionalità e inadeguato rispetto al ruolo, siccome capace di elaborare solo teor emi fantasiosi). (Cass. civ. Sez. III, 20-10-2006, n. 22527; FONTI Mass. Giur. It., 2006; CED Cassazione, 2006). Fa diffamazione l’accusa a un magistrato di asservimento della funzione giudiziaria ad interessi personali, partitici, politici, ideologici. In tema di diffamazione a mezzo stampa, esula dalla scriminante del diritto di critica, politica o giornalistica, in quanto si risolve in un attacco morale alla persona, l’accusa, rivolta ad un magistrato del pubblico ministero, di asservimento della funzione giudiziaria ad interessi personali, partitici, politici, ideologici, o di strumentalizzazione della stessa per finalità estranee a quelle proprie, in ragione dei doveri istituzionali, all’operato del pubblico ministero. (Cass. pen. Sez. feriale, 08-08-2006, n. 29453; FONTI CED Cassazione, 2006).

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