Come cambia il giornalismo nell’era della rete: citizen journalism tra potenzialità e sfruttamento

Esiste o non esiste il cosiddetto citizen journalism? E se esiste, è alternativo o complementare al giornalismo tradizionale? Questa potrebbe essere la sintesi del dibattito ormai un po’ logoro che anima gli ambienti dell’editoria off e on-line, e che vede spesso dividersi i suoi protagonisti tra posizioni di feroce contrapposizione culturale e/o ideologica.

Gianni Riotta, ex direttore del TG1 e del Sole 24 ore, già noto per alcune lapidarie dichiarazioni sull’inconsistenza del giornalismo fatto dai cittadini sulla rete, fa sapere su twitter che “Citizen journalist okay ma se mi accettano come citizen dentist e si fanno trapanare il dente del giudizio da me”. Il tutto a margine del convegno “L’informazione domani. I nuovissimi media: i giovani e la professione che cambia” organizzato a Roma dalle Fondazioni Cutuli e Corriere della Sera. Nella stessa occasione Giuseppe Smorto di Repubblica.it ha fatto presente di soffrire il jet lag tra le notizie online e quelle su carta. Dunque la velocità come messaggio, l’efficacia di una notizia misurata rispetto al tempo che impiega a essere diffusa dopo il fatto. L’headline di “BNO News”, l’agenzia web più gettonata del momento, recita tra l’altro: “BNO News broke the deadly 2009 L’Aquila earthquake in Italy within six minutes, faster than any other source”. Riccardo Luna, ex direttore di Wired, nel suo commento al convegno traccia quella che potrebbe essere la linea della mediazione, sostenendo che il citizen journalism non deve essere per forza alternativo, ma piuttosto complementare al giornalismo professionistico. Citando l’episodio del blogger pakistano che ha raccontato in diretta l’assalto al rifugio di Osama Bin Laden, dice: “ha fatto la cronaca via Twitter (utile), di una cosa che non stava capendo. Sono serviti dei giornalisti professionisti per dare profondità alla notizia”. Altra parola chiave: profondità. Che probabilmente non va granché d’accordo con la predetta velocità. Ed ecco allora che rientrano dalla finestra i valori che Riotta definisce il “cocktail vincente” del vero giornalista: “dialogo tolleranza rigore leggerezza passione compassione equilibrio professionalità”. Tutte cose che tra l’altro presuppongono il rapporto diretto con le persone, gli ambienti, le culture che stanno dietro alle notizie. Il fatto è che, mentre da noi si dibatte, le redazioni del grande giornalismo mondiale stanno già progressivamente cambiando il proprio modus operandi, e non precisamente nella direzione invocata da Riotta. Inviati e corrispondenti sul campo stanno scomparendo, paradossalmente sostituiti (in modo più o meno consapevole) proprio dai citizen journalist, che con i loro contributi abilmente selezionati dai soliti aggregatori sopperiscono a costosi viaggi e faticosi studi. Il moderno giornalista professionista assomiglia sempre più ad un cacciatore della rete, pronto a sfruttare ciò di cui altri hanno esperienza diretta per confezionare brillanti reportage dalle fragili fondamenta. Racconta fatti che non ha vissuto, persone che non ha conosciuto; riporta cinguettii e immagini confuse di una realtà lontana che cerca di riprodurre in una narrazione accattivante e poco problematica. Il vero giornalismo è probabilmente un’altra cosa, ma forse sta già scomparendo sotto i nostri occhi, mentre ne discutiamo su twitter. (E.D. per NL)
 
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