Commissario UE: il Consiglio di Stato deve riconoscere il danno subito da Europa 7 per la mancata assegnazione delle frequenze

Ancora una volta si (stra)parla della rete fantasma che infiamma politici e giuristi ed annoia il pubblico


Che noia. Come se alla gran parte degli italiani fregasse qualcosa del fatto che Europa 7 non abbia ricevuto le frequenze che ad essa spettavano (?) a seguito dell’ottenimento della concessione nazionale del 1999, secondo una procedura che fu peraltro molto contestata. Come se alla maggior parte degli italiani fregasse qualcosa che, in realtà, nella situazione di Europa 7 (di cui peraltro nessun italiano ha potuto apprezzare i programmi) ci sono state e ci sono moltissime emittenti locali (di cui invece molti italiani hanno potuto apprezzare in diversi casi ottime trasmissioni), per le quali nessun politico grida allo scandalo e nessun commissario UE si scomoda. Che noia. Sempre le solite cose; le solite storture giuridico-amministrative pronunciate da chi, forse, ben farebbe a meglio informarsi prima di proferire concetti destituiti di fondamento se non contestualizzati nella precipua realtà italiana (nel nostro Paese di tutto si può fare salvo che non considerare gli “assetti di fatto”). Rete 4 doveva andare sul satellite per fare posto a Europa 7? Può darsi. Può essere che Emilio fede dovesse essere spazializzato; ma proprio non si riesce a comprendere perché le frequenze (nell’eventualità) lasciate libere dovessero andare (proprio) a Di Stefano – l’editore della rete fantasma – o non già alla miriade di emittenti locali pure destinatarie di concessione. Un arcano. Eppure, leggendo certa stampa, sembra che il “derubato” sia solo Di Stefano, quando emittenti locali ben più degne di attenzione, quantomeno per aver concretamente operato tra stenti e privazioni, sono state (sono) abbandonate al loro destino.
Eppure, tuona il Commissario UE Neelie Kroes, rispondendo ad un’interrogazione degli europarlamentari del Prc Giusto Catania, Roberto Musacchio e Vittorio Agnoletto e di fatto ingerendo nella prossima decisione cui è chiamato il nostro Consiglio di Stato il prossimo 6 maggio: “Di Stefano va risarcito!”. Che noia.
La Commissione – osserva Kroes – controllerà che la decisione della Corte di giustizia sia pienamente applicata dall’Italia”. Altrimenti? Di Stefano non becca un euro e agli italiani toccherà pagare le sanzioni della UE. Mentre, se a Di Stefano venisse riconosciuto il diritto al risarcimento, agli italiani verrà portato il piattino con il conto. Visto che comunque paga sempre Pantalone, almeno, pur annoiati, ricordiamogli la vicenda. Il Ministero delle Comunicazioni, nel 1999, attraverso una procedura di rilascio delle concessioni nazionali basata su una (criticata) graduatoria stilata sulla base di sostanziali promesse di investimenti e piani editoriali futuri, premia tv effettivamente funzionanti insieme a tv “di carta”, rilasciando gli ambiti titoli. Sennonché ai nuovi titoli, secondo una scuola di pensiero, dovrebbe seguire l’assegnazione delle frequenze, che, come è noto, si deve basare necessariamente su un Piano di Assegnazione delle Frequenze. Che invece non c’è. Chi non ha proprie frequenze (gli esistenti ce le hanno), quindi, non può trasmettere. Ecco, pertanto, che la maggior parte delle tv “di carta” (locali), concretamente, si dà da fare ed acquista da operatori esistenti impianti di radiodiffusione televisiva, con notevoli investimenti ed inizia le trasmissioni. Ma lui, Di Stefano, che di concessioni nazionali ne ha ottenute due, no. Dice che le frequenze le deve dare lo Stato, perché non è vero che non ci sono: ci sono eccome, sono quelle di Rete 4 (e chissà poi perché nessuno si ricorda mai che in gioco c’erano anche quelle di Rai 3), censurata dalla Consulta e condannata al satellite quando la diffusione delle parabole sulle case degli italiani avrebbe raggiunto la soglia di congruità (intorno al 25-30% di penetrazione, si diceva al tempo della Gasparri). D’altro canto, un po’ di frequenze nel centro Italia Di Stefano le aveva, attraverso la sua TVR Voxson locale, ma purtroppo se l’era venduta nel 1999 (ma come, si possono vendere le frequenze?). Inizia quindi un lungo braccio di ferro amministrativo, politico e giudiziale per ottenere quello che (secondo lui) gli spetta. Niente da fare, le frequenze di Rete 4 (e di Rai 3) sono rimaste a Mediaset (e a RAI). Ora Di Stefano chiede allo Stato il conto, cioè il risarcimento dei danni che avrebbe subito a seguito della mancata operatività della sua tv, a sua volta conseguente alla mancata assegnazione delle frequenze. Capito, quindi? I politici (ricordate chi c’era al governo nel 1999? Bene, ringraziateli) fanno i pasticci e gli italiani poi pagano. Solo i danni di Di Stefano, però. Già, perché, siamo ormai stanchi di ripeterlo, dalla mancata assegnazione delle frequenze le emittenti locali non hanno avuto nessun danno. Proprio nessuno.

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