Cuba: vita da blogger in un paese “nemico di internet”

Per aggirare la censura della rete, i blogger sono costretti a recarsi in alberghi, fingersi turisti e pagare 6 dollari l’ora per accedere ad una connessione non censurata dal governo


Solo 200 mila cubani, su un totale di 11 milioni di abitanti possono accedere ad internet; le connessioni private sono state proibite dal governo castrista e chi intende connettersi può farlo solo dagli internet point di cui sono forniti gli uffici postali; il world wide web (per modo di dire) cubano censura, è stato calcolato, circa il 98% dei siti internazionali ed impedisce ai propri blogger qualsiasi forma di critica nei confronti del governo. Pena il carcere: 20 anni se si viene scoperti a scrivere articoli su siti controrivoluzionari stranieri, 5 anni se ci si collega ad internet illegalmente. Fidel Castro (foto) imputa (in maniera ridicola) le limitazioni della rete al fatto che, causa l’embargo Usa, Cuba non può accedere alla dorsale oceanica della fibra ottica (che costeggia a dodici miglia di distanza l’isola) e sarebbe, per questo, costretta a collegarsi tramite più tortuose e costose linee che passano dal Canada, dal Brasile e dal Cile.
Esiste, comunque, una piccola comunità di blogger a Cuba. L’isola è considerata da Reporters sans Frontieres uno dei tredici paesi “nemici di internet” (in compagnia di altre pericolose realtà, come la Cina), ma nulla è riuscita a fare contro l’ingegnosità di alcuni giovani, la cosiddetta “Generaciòn Y”, che pur di raggiungere il proprio diritto alla libertà d’espressione si sono ingegnati e sono riusciti a creare propri blog all’interno del campo minato della rete cubana.
Siti come desdecuba.com o havanascity.blogspot.com sono stati creati da questi ragazzi (come, ad esempio, Yoani Sanchez o Tension Lia), eludendo i divieti grazie alla possibilità, nei lussuosi alberghi che ospitano i turisti, di connettersi alla rete senza censure (cosa che, più che in parte, smentisce la tesi di Castro circa la difficoltà a collegarsi dovuta all’embargo americano): essi entrano nelle hall di questi hotel, fingendosi turisti (a volte anche alterando il proprio accento!) e navigano. Un’ora di navigazione, però, viene a costare loro 6 dollari l’ora, a fronte di uno stipendio mensile di 15 dollari per ogni cubano. E’ facile intuire che, oltre a vedere i propri siti ospitati su server stranieri, questi ragazzi abbiano bisogno di sovvenzioni per il loro lavoro “dissidente”, altrimenti dovrebbero lavorare un mese intero per circa due ore e mezza di connessione incensurata. Il loro ruolo rischioso, però, finisce per avere più risalto all’estero che in patria: fuori dall’isola viene visto come un ennesimo esempio di come la gente sia costretta ad ingegnarsi per accedere a diritti altrove fondamentali; all’interno del “paradiso” socialista davvero in pochi riescono a leggere le pagine di questi blog ed a trarne la susseguente forza interiore per ribellarsi al castrismo.
Ciò che loro svolgono, nel concreto, è un’opera di denuncia, per mezzo di articoli, immagini e quant’altro, che spiega le pecche, le contraddizioni, le bugie (a fin di bene, dice Fidel, ma solo lui…) del regime castrista e le loro conseguenze. (Giuseppe Colucci per NL)

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