Dagospia.com. Come cambia (e che rischi corre) il diritto d’autore nell’era della digitalizzazione e del web. La necessità di regole globali…

Anticipazione da “Crimes, computers e videotapes gli autori e le reti”, di Mauro Masi con Salvatore Lo Giudice (Il Sole 24 Ore) – in libreria la settimana prossima


da Franco Abruzzo.it (fonte Dagospia.com)

Uno dei concetti di fondo di questo libro è l’inquadramento del diritto d’autore nelle diverse configurazioni realizzate dai vari sistemi legislativi nazionali, nell’ambito della più ampia categoria dei Diritti di Proprietà Intellettuale. Quest’ultima è quell’insieme di norme e regolamenti che fanno riferimento a tutti i prodotti frutto della creatività della mente umana e si sostanziano nel riconoscimento e nella tutela a favore dei creatori delle opere, di diritti di proprietà sulle opere stesse.

…..Questo è un processo tutt’altro che agevole. Le nuove idee, le nuove opere, sono infatti molto costose da realizzare, ma molto a buon mercato da copiare. I costi fissi delle produzioni di nuove conoscenze sono di regola molto alti: un film può costare centinaia di milioni di dollari; la scoperta e la realizzazione di un nuovo farmaco può costare miliardi di euro. Al tempo stesso i costi marginali di produzione sia dei farmaci sia dei film, sono molto bassi. È chiaro che senza un’adeguata protezione chiunque può beneficiare degli investimenti iniziali di chi ha avuto e sviluppato l’idea innovativa e vendere il prodotto finale a costi molto più bassi.

È altresì chiaro che se questo fosse il caso, non ci sarebbe nessun incentivo finanziario ad innovare e a creare nuove opere e, paradossalmente, potrebbe vivere della propria creatività solo chi ha “censo” (un po’ come nell’antica Roma dove, essendo il cursus honorum rigorosamente gratuito, la vita politica poteva essere intrapresa solo dai ricchi).

D’altro canto è evidente che le nuove idee, soprattutto quando toccano problematiche di interesse collettivo, non possono che essere, almeno in potenza, un patrimonio di tutti.

Proprio per questo i diritti di Proprietà Intellettuale hanno una durata più limitata di quelli della proprietà fisica; quello della durata limitata ad un numero specificato di anni è la formula con cui i vari Legislatori nazionali ed il Legislatore internazionale hanno cercato di bilanciare le due tendenze contrapposte (tutela dei diritti dell’autore/creatore; accessibilità di tutti alle nuove conoscenze).

Ad esempio l’aspirina è stata brevettata nel 1899 dalla Bayer, il brevetto è finito nel 1917 e da allora la formula è di pubblico dominio. La vera essenza dei diritti di proprietà intellettuale è, infatti, proprio un “trade-off”, un bilanciamento tra istanze diverse anche da un punto di vista economico: gli incentivi finanziari allo sfruttamento dell’opera da un lato e i costi per i consumatori per un limitato accesso alle informazioni dall’altro.

Ora, nel momento in cui la digitalizzazione e la Rete permettono di creare e diffondere un dato numero non di “copie” ma di “originali”, un certo “tipo” di diritto d’autore tende indubbiamente a cambiare di significato. In questo contesto tutti i settori dell’editoria tradizionale (libri, giornali, film e musica) dovranno confrontarsi con la distruzione delle vecchie regole e con la nascita di nuove, sicuramente più flessibili.

Solo da poco, però, si è acquisita la consapevolezza che Internet non è soltanto un pericolo per i titolari dei diritti d’autore, ma anche una grande opportunità che permette di far conoscere artisti sconosciuti ad una platea potenzialmente mondiale.

Il discrimine tra “pericolo” ed “opportunità” sta proprio, come si è detto, nel riconoscimento all’autore/creatore del diritto esclusivo alla riproduzione e alla distribuzione delle proprie opere in ambiente digitale e nella Rete. Tale riconoscimento non è soltanto un problema di norme (nazionali e/o internazionali) o di specifiche tecnologie, ma è anche – forse soprattutto – un problema di consapevolezza da parte della grande opinione pubblica.

Perché è ben chiaro che l’esistenza di una legge dipende, in ultima analisi, dal fatto che gran parte dei cittadini la rispettino (perché la ritengono giusta e/o perché ne temono l’applicazione).

Nell’uno o nell’altro caso, appare necessaria una efficace politica “demand-side” volta specificatamente (attraverso campagne di comunicazione, interventi anche nel sistema scolastico) ad elevare il livello di consapevolezza dei cittadini su cosa significa realmente protezione della proprietà intellettuale e su quali siano, effettivamente, gli interessi in gioco per i singolo cittadino e per la collettività.

Dagospia 19 ottobre 2007

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