Digitale terrestre, elogio della discontinuità

Digitale terrestre, dopo la Quarta Conferenza Nazionale di Roma, un gigantesco spot pubblicitario, punto e a capo. Con molte domande e poche risposte


(Media 2.0 il blog di Marco Mele de Il Sole 24 Ore)

Primo: il presidente dell’Agcom sostiene che la concentrazione si riduce, a vantaggio di concorrenza e pluralismo. Bene. La concentrazione di ascolti e risorse, tuttavia, andrebbe calcolata sulla pluralità delle piattaforme e sulla moltiplicazione dei canali. In ambiente digitale e multichannel, un declino dell’audience dei canali analogici generalisti è fisiologico. Accade in tutti i mercati. Bisogna capire, nei prossimi mesi e anni, chi ne guadagna e se per caso non siano canali collegati a Rai o a Mediaset. Il rischio di un aumento della concentrazione c’è tutto.
Secondo: Il sottosegretario alle comunicazioni, Paolo Romani annuncia un dividendo digitale – da assegnare con procedure competitiva – di cinque frequenze per altrettanti multiplex. Ci sono, tecnicamente, cinque frequenze disponibili? Quando in Sardegna ce ne sono due? Quando la trattativa con la Francia non procede certo in discesa? E quando in alcune regioni, come il Veneto, già si sa che ci saranno più emittenti che frequenze disponibili?
Cinque multiplex, allora, corrispondono forse alla disponibilità richiesta dalla commissione Ue (direzione generale della Concorrenza) all’Italia per chiudere la procedura d’infrazione, senza deferirci alla Corte di giustizia europea? Il compromesso appare poco praticabile: e poi chi parteciperà alla gara? Solo i nuovi entranti? Anche gli operatori che già hanno in gestione altri multiplex? I grandi gestori europei come Abertis e TDF (Telediffusion de France)? In questo caso, a quali prezzi? Si rischia o di aumentare la concentrazione o di cedere una parte dell’etere nazionale a soggetti esteri, cosa che in sè potrebbe non essere negativa, se tali soggetti non sono collegati ad editori.
Terzo: La conferenza ha santificato l’ideologia italiana della tv digitale nella continuità. Continuità negli assetti proprietari, nella legislazione, nella ripartizione delle risorse, nelle frequenze utilizzate, nel modello di “offerta verticale”, pur se allargato alla multicanalità. Lo scenario appare invece caratterizzato da una forte discontinuità. Solo Bernabè, dopo aver intonato il de profundis per La 7 («Non abbiamo la vocazione di editori») ha ricordato come stiano per arrivare sul mercato tvcolor con presa Ethernet per collegare You Tube, MySpace e gli altri all’apparecchio domestico. Prima o poi si arriverà, nei settori più avanzati della società, a un consumo personalizzato, come quello già consentito, pagando, dall’IP TV.
Quarto: quello che non si è detto nella Conferenza Nazionale. Che Rete A-All Music è in vendita come La 7, a dimostrazione che il passaggio al digitale rende difficile la sopravvivenza per i “rami fragili” del sistema, tv locali comprese. Che qualche soggetto internazionale, dopo aver vinto la gara per trasmettere nel 40% della capacità trasmissiva dei maggiori operatori, ha poi rinunciato, come Nbc/Universal. Perché lo ha fatto? Per non far concorrenza ai suoi programmi venduti da Mediaset Premium?

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