Editoria. 2010: Annus horribilis per i quotidiani italiani

Una lenta ma inesorabile fine è quello che attende i quotidiani, in Italia come all’estero, incapaci di rispondere alle esigenze del mercato, di digitalizzarsi e crossmedializzarsi.

Il 2010 è stato un anno terribile per l’editoria quotidiana del nostro Paese, ennesimo gradino più basso di un crollo che, negli ultimi dieci anni, ha fatto calare l’intero comparto, dal punto di vista delle vendite, del 14% circa. I dati di una ricerca dell’OCSE, diffusi lo scorso anno, circa la penetrazione dei quotidiani nel mondo all’epoca di internet, parlava di un tonfo italiano pari al 13%. Con i dati del 2010 siamo andati ancora più giù. C’è da dire, però, che i nostri dati non sarebbero neanche tanto male, confrontati con quelli degli altri paesi industrializzati. La Danimarca, infatti, avrebbe perso in dieci anni il 22% del proprio bacino d’utenza, e si piazza quindi in testa alla graduatoria, seguita a pari merito da Australia, Ungheria e Regno Unito, con perdite del 18%. Occorre sottolineare, però, che il titolo dello studio era “L’evoluzione dell’informazione e internet” e che lo stesso, quindi, dava per scontato che il calo dei lettori, così come quello delle testate, sarebbe stato proporzionale all’evoluzione della rete: è per questo che paesi con una tradizione molto forte come densità di lettura da parte della popolazione (vedi, appunto, la Danimarca o la Gran Bretagna), hanno avuto dei cali di lettorato proporzionali al calo delle testate (in Regno Unito queste sono calate del 20% circa). La Danimarca fa eccezione, avendo mantenuto pressoché invariato il numero di giornali, dato questo che fa riflettere sulla migrazione dei lettori verso internet per fruire le notizie. In Italia, al contrario, il calo del 13% è da mettere a fianco a un forte aumento delle testate: addirittura il 50%, negli ultimi dieci anni. Di fronte a realtà positive, capaci di confrontarsi con i nuovi mercati, come il Fatto Quotidiano, c’è infatti una miriade di piccoli giornali, locali e nazionali, che fino a pochi anni fa nascevano come funghi solo per usufruire delle provvidenze per l’editoria. Ora non più. Il crollo dei quotidiani, in termini di vendite, nel 2010 è stato clamoroso almeno quanto omogeneo. Già i dati di metà anno non davano grandi illusioni di ripresa, con il Corriere che perdeva il 14% rispetto al giro di boa del 2009, la Repubblica l’8% e Stampa e Messaggero che si attestavano attorno al – 5%. I dati relativi all’intera annualità parlano invece di un Corriere che va giù del 9%, mentre la Repubblica recupera qualcosa, fermandosi al – 7,4%, e il Sole 24 Ore continua il suo momento buio, che dura ormai da tre anni, e perde l’8%. Il dato più impressionante è il tonfo dell’Unità, per cui la cura De Gregorio pare non aver funzionato (risente, inoltre, di migrazioni del suo lettorato verso testate concorrenti, come il Fatto Quotidiano) e che perde niente meno che il 16,5%. Solo Avvenire (+0,6%) e il Giornale (-0,6%) si salvano da questa debacle, ma non sono risultati rincuoranti: la stampa è agonizzante, in Italia, e a parte poche realtà, la gran parte delle testate non riesce a trovare soluzioni adatte al periodo di cambiamento. Occorre puntare su strategie di integrazione tra i diversi media (inclusi quelli di ultimissima generazione, come gli iPad e i tablet, termine di cui in Italia a stento si conosce la definizione): solo così la stampa potrà continuare a vivere e non solo a vivacchiare. (G.M. per NL)
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