Editoria. Il libro del futuro potrebbe essere digitale. Ma in quale formato?

New York – Ieri, 23 settembre, il NYTimes pubblicava una riflessione del giornalista Peter Wayner in merito alla proliferazione dei libri digitali.

Chi ha seguito, anche solo parzialmente, le vicende riguardanti l’evoluzione degli e-book, potrà intuire che al centro della discussione non ci sarebbero in realtà i volumi elettronici, quanto piuttosto i loro numerosi e diversi formati, che complicano non poco la scelta dei lettori, almeno quanto il lavoro degli scrittori. Un esempio, come forse tanti altri, potrebbe essere quello dello scrittore di romanzi di fantascienza americano Steve Jordan, autore che auto-produce il proprio materiale. Intervistato per il quotidiano newyorchese, Jordan ha ammesso di sentirsi confuso dall’attuale offerta nel mercato dei libri digitali. La proliferazione di e-reader e formati è avvenuta in maniera decisamente caotica, in un contesto complicato (quello dell’attuale crisi economica ed editoriale) e in maniera forse troppo aggressiva verso i consumatori, che spesso preferiscono ancora i tradizionali libri cartacei (a cui molti lettori appassionati non sembrano voler comunque rinunciare). I problemi, di conseguenza, sono tanti. Lo dimostra la pagina del sito di Jordan dove sono presentati i suoi libri: ogni romanzo è disponibile in sei diversi formati, nella speranza di soddisfare tutti i lettori. Open ePub, il formato aperto sviluppato e approvato dall’International Digital Publishing Forum; Mobipocket, formato piuttosto popolare per device mobili, utilizzabile anche su Amazon Kindle; Sony’s Reader Digital Book, il formato proprietario della casa giapponese; MS Reader, per tutti coloro che leggono testi sui software di Microsoft; eReader, un altro formato piuttosto popolare per palmari e smartphone; Rich Text Format, il formato più semplice e primitivo, leggibile ovunque. Alla questione dei formati si aggiunga quella del prezzo. Che gli e-reader costino tanto è non è cosa nuova, ma quanto innervosisce di più i lettori e gli autori è che, oltre agli euro (o ai dollari), i dispositivi disponibili sul mercato non possano leggere tutti i formati sopra elencati. Amazon Kindle, per esempio, ha creato due lettori distinti (Kindle e Kindle Deluxe) in grado di leggere esclusivamente un formato proprietario, non compatibile con altri hardware. La speranza di Jeff Bezos forse era quella di creare un prodotto che potesse fidelizzare i propri clienti tanto da fargli dimenticare il problema del formato chiuso. Un po’ come è sempre successo per Apple, ma con molto meno tempo a disposizione per prendere le distanze dagli altri competitor. Molto diverso il contesto in cui opera Sony. Anch’essa proprietaria di due diversi lettori digitali, oltre che di un formato chiuso, la società nipponica ha definito accordi con Google, che non solo le hanno permesso di rendere disponibili sui propri dispositivi la fantasmagorica banca dati contenuta in Google Book Search, ma anche di utilizzare il formato open ePub, più volte considerato l’mp3 dei testi. Un altro esempio può essere quello di Archos Tablet, la tavoletta poco più grande di un palmare con connessione wi-fi, prodotta per adottare la filosofia ePub e per sostenere Google Book Search. Dunque, se gli e-reader sono tanti (si considerino anche i tradizionali palmari e smartphone, l’iPhone ecc.), i formati sono ancora di più e non facilitano la proliferazione della materia prima (i libri) nel loro innovativo formato elettronico. Del resto perché il lettore non dovrebbe preoccuparsi di sapere se il proprio romanziere preferito è “disponibile” per Kindle, piuttosto che per Sony? E il fatto che la questione sia scaturita dai problemi di uno scrittore di fantascienza meno popolare come Steve Jordan, non significa che l’attuale confusione non riguardi anche i più grandi editori e scrittori del mondo. Almeno in questo settore non si discute sui prezzi dei libri (come invece succede per i giornali, dove si cerca una soluzione per rendere le news a pagamento), ma formato e diffusione rimangono argomenti spinosi, la cui risoluzione potrebbe essere l’adattabilità di tutti gli e-reader al formato ePub. Ma non tutti sono d’accordo. Andrew Herdener, portavoce di Amazon, avrebbe dichiarato che la compagnia non si aspetta, ne pretende, che i consumatori facciano tutte le proprie letture su Amazon. Semmai il formato di Kindle si renderà presto disponibile per alcuni altri device (primo l’iPhone), ma rimarrà volontariamente chiuso per puntare (probabilmente) ad un mercato esclusivo. La strenua opposizione di Amazon si contrappone però alla scelte di Archos, Sony e Google – l’azienda di Mountain View non ha comunque mai prodotto il suo e-reader – che trovano nella scelta “aperta” il miglior modo per farsi spazio nel mercato. Quanto a Steve Jordan bisogna riconoscerne l’impegno. Pochi scrittori sembrano credere nel futuro digitale del libro, ma Jordan li redarguisce con le proprie autoproduzioni in sei formati digitali diversi. Meriterebbe un posto speciale su Google Book Search. Ammesso che non ci sia già. (Marco Menoncello per NL)
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